giovedì 25 settembre 2025

Le radici della vita da consacrate

 

Partecipanti ai Capitoli Generali di: Suore di San Paolo di Chartres; Salesiane Missionarie di Maria Immacolata; Suore di Santa Caterina Vergine e Martire e Carmelitane Scalze di Terra Santa





Sono lieto di incontrarvi, questa mattina, in occasione dei vostri Capitoli e Assemblee generali. Saluto le Superiore presenti e tutte voi, con qualche confratello che vi accompagna anche nelle vostre assemblee.

Un tratto comune agli Istituti a cui appartenete è il coraggio che ne ha caratterizzato gli inizi. Vorrei perciò prendere spunto, per una breve riflessione, dal passo del libro dei Proverbi che dice: «Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore» (Pr 31,10).

Penso che le vostre storie offrano una risposta a tale domanda: in esse, infatti, Dio ha trovato non una, ma molte donne forti e coraggiose, che non hanno esitato a correre rischi e ad affrontare problemi per abbracciare i suoi progetti e rispondere “sì” alla sua chiamata. Non solo: esse hanno aperto la via a molte altre che, come voi, seguendo Cristo povero, casto e obbediente, ne hanno continuato l’opera, a volte fino al martirio.

Parliamo di donne straordinarie che sono partite in missione in tempi difficili; che si sono chinate sulle miserie morali e materiali negli ambienti più abbandonati della società; che, per stare vicino a chi era nel bisogno, hanno accettato di rischiare la vita, fino a perderla, vittime di brutali violenze in tempi di guerra.

Di donne come loro canta le lodi un antico inno della Liturgia delle ore, rivelandone il segreto con queste parole: «Hanno domato la carne con il digiuno, hanno nutrito la mente con il dolce cibo della preghiera, si sono dissetate alle gioie del cielo» (Hymnus Fortem virili pectore: Commune Sanctarum Mulierum, Ad I Vesperas).

Sono parole sapienti e profonde, che richiamano le radici della vostra vita di consacrate, sia nella contemplazione che nell’impegno apostolico. La forza della fedeltà, infatti, ad ambo i livelli, viene dalla stessa sorgente, Cristo, e i mezzi per attingerne la ricchezza sono, come insegna l’esperienza millenaria della Chiesa, quelli nominati: l’ascesi, l’orazione, i Sacramenti, l’intimità con Dio, con la sua Parola e con le cose del Cielo (cfr Col 3,1-2).

Forse qualcuno, nel nostro mondo immanentista, potrebbe pensare che questo sia un tipo di “spiritualismo”, ma sarebbe facilmente smentito proprio dalla testimonianza di ciò che, nel corso dei secoli, le vostre Congregazioni hanno fatto e continuano a fare. Solo grazie alla forza che viene da Dio, infatti, tutto ciò è stato possibile. Del resto lo sperimentiamo ogni giorno: il nostro lavoro è nelle mani del Signore, e noi siamo solo strumenti piccoli e inadeguati, “servi inutili”, come dice il Vangelo (cfr Lc 17,10). Eppure, se ci affidiamo a Lui, se restiamo uniti a Lui, grandi cose succedono, proprio attraverso la nostra povertà.

Sant’Agostino, in proposito, raccomandava alle vergini: «Avviatevi alle altezze col piede dell’umiltà. Dio porta in alto chi lo segue con umiltà […]. Affidate a Lui i doni che vi ha elargito, perché ve li conservi; deponete presso di Lui la vostra forza (cfr Sal 58,10)» (De sancta virginitate, 52,53). E San Giovanni Paolo II, meditando sulla vita religiosa sullo sfondo della Trasfigurazione di Cristo (cfr Mt 17,1-9), parlava di «un “ascendere al monte” e un “discendere dal monte”» (Esort. ap. Vita consecrata, 25 marzo 1996, 14), per cui «i discepoli che hanno goduto dell’intimità del Maestro, avvolti per un momento dallo splendore della vita trinitaria e della comunione dei santi, quasi rapiti nell’orizzonte dell’eterno, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che “Gesù solo” nell’umiltà della natura umana, e sono invitati a tornare a valle, per vivere con lui la fatica del disegno di Dio e imboccare con coraggio la via della croce» (ibid.).

In questa luce guardiamo a Regina Protmann, Maria Gertrude del Prezioso Sangue, Marie-Anne de Tilly – col Padre Louis Chauvet – Santa Teresa d’Avila, gli eremiti del Monte Carmelo, come a persone intimamente unite a Dio e perciò consacrate al suo servizio e al bene di tutta la Chiesa, impegnate a radicare e consolidare negli animi dei fratelli quel regno di Cristo che hanno sentito prima di tutto vivo in loro, e a dilatarlo in ogni parte della terra (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 44).

Carissime, questa è l’eredità che avete ricevuto e che rende molto significativo il vostro essere qui. Anche ai nostri giorni, infatti, c’è bisogno di donne generose. In proposito, permettetemi di rivolgere un particolare saluto alle sorelle Carmelitane Scalze di Terra Santa, qui presenti: è importante ciò che state facendo, con la vostra presenza vigile e silenziosa in luoghi purtroppo dilaniati dall’odio e dalla violenza, con la vostra testimonianza di abbandono fiducioso in Dio, con la vostra costante invocazione per la pace. Tutti vi accompagniamo con la nostra preghiera e, anche attraverso di voi, ci facciamo vicini a chi soffre.

Grazie a tutte voi, sorelle, per il bene che fate in tanti Paesi del mondo e in tanti contesti diversi. Vi benedico di cuore e vi ricordo al Signore.

sabato 20 settembre 2025

Il Papa ai religiosi: cogliere i segni dei tempi per servire chi ha bisogno

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AI PARTECIPANTI AI CAPITOLI GENERALI E ASSEMBLEE DI VARIE CONGREGAZIONI E ISTITUTI: MISSIONARI DEL PREZIOSISSIMO SANGUE; SOCIETÀ DI MARIA (MARISTI); FRATI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA; ORSOLINE DI MARIA IMMACOLATA

Cari fratelli e sorelle, Eminenza,

sono molto contento di incontrarvi in occasione dei vostri Capitoli e Assemblee.

Saluto la Superiora e i Superiori Generali presenti e tutti voi, impegnati in questi giorni in un lavoro di ascolto e discernimento. Alcune delle vostre Congregazioni sono elettive, e anche questo è un dono grande per la Chiesa e una grande responsabilità, che affidiamo assieme al Signore.


Quella dei vostri Istituti «è una testimonianza splendida e varia, nella quale si rispecchia la molteplicità dei doni elargiti da Dio a fondatori e fondatrici che, aperti all'azione dello Spirito Santo, hanno saputo interpretare i segni dei tempi e rispondere in modo illuminato alle esigenze via via emergenti» (S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Vita consecrata, 9).

Così Brigida di Gesù Morello, già nel diciassettesimo secolo, attraverso la formazione delle giovani, in tempi nei quali non sempre la società ne riconosceva appieno il valore, inaugurava un’opera di promozione della donna che avrebbe portato molti frutti nel futuro. Allo stesso modo San Gaspare del Bufalo, due secoli dopo, a Roma, con le missioni popolari e con la diffusione della devozione al Sangue di Cristo, si impegnava a combattere il dilagante spirito di “empietà e irreligione” che affliggeva il suo tempo. Un’impresa simile affrontava, in Francia, padre Jean-Claude Colin, ispirandosi, nel suo apostolato, allo spirito di umiltà e nascondimento di Maria di Nazaret. Infine, negli anni novanta del ventesimo secolo, sulle orme di San Francesco e di San Massimiliano Kolbe, nascevano i Frati Francescani dell’Immacolata.



È questa la poliedrica eredità che vi porta qui, oggi, e di essa possiamo sottolineare alcuni aspetti unificanti.

Il primo è l’importanza, nella vocazione religiosa che condividete, della vita comune, come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nell’apostolato. In essa «l’energia dello Spirito che è in uno passa contemporaneamente a tutti» (ivi, 42) e «non solo si fruisce del proprio dono, ma lo si moltiplica nel farne parte ad altri e si gode del frutto del dono altrui come del proprio» (ibid.). Non per nulla lo Spirito Santo ha ispirato a chi vi ha preceduto di unirsi a sorelle e fratelli che la Provvidenza ha posto sul suo cammino, perché nella comunione dei buoni il bene si moltiplicasse e crescesse. Così è stato agli inizi delle vostre fondazioni e lungo i secoli e così continua ad essere anche ora.

Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi è il valore fondamentale, nella consacrazione religiosa, dell’obbedienza come atto d’amore. Gesù ce ne ha dato l’esempio nel suo rapporto col Padre: «Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30). In proposito, Sant’Agostino sottolinea con forza lo stretto rapporto che c’è, nella vita cristiana, tra obbedienza e amore vero: «A voi sta a cuore la carità – dice in un discorso –; ora l’obbedienza è sua figlia […], la radice è sottoterra, i frutti allo scoperto. Non credo a ciò che è abbarbicato al suolo se non vedo quel che pende sul ramo. Hai la carità? Mostramene il frutto! Fa’ che io veda l’obbedienza […]. Che io possa stringere fra le braccia la figlia per riconoscere la [fecondità della] madre» (Sermo 359 B, 12). Oggi parlare di obbedienza non è molto di moda: la si considera una rinuncia alla propria libertà. Ma non è così. L’obbedienza, nel suo significato più profondo di ascolto fattivo e generoso dell’altro, è un grande atto d’amore con cui si accetta di morire a sé stessi perché il fratello e la sorella possano crescere e vivere. Professata e vissuta con fede, essa traccia un cammino luminoso di donazione, che può aiutare molto il mondo in cui viviamo a riscoprire il valore del sacrificio, la capacità di rapporti duraturi e una maturità nello stare insieme che va oltre il “sentire” del momento per cementarsi nella fedeltà. L’obbedienza è una scuola di libertà nell’amore.

Infine, il terzo aspetto su cui vorrei soffermarmi è l’attenzione ai segni dei tempi. Senza questo sguardo aperto e sollecito sulle reali esigenze dei fratelli, nessuna delle vostre Congregazioni sarebbe mai nata. I vostri fondatori e fondatrici sono stati persone capaci di osservare, valutare, amare e poi partire, anche a rischio di grandi sofferenze, anche a costo di rimetterci del proprio, per servire i fratelli nelle loro reali necessità, riconoscendo nell’indigenza del prossimo la voce di Dio. Per questo è importante per voi lavorare nella memoria viva di tali inizi coraggiosi, non nel senso «di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse» (Francesco, Lett. ap. A tutti i consacrati in occasione dell'Anno della Vita Consacrata, 21 novembre 2014, I, 1), individuandone potenzialità magari ancora inesplorate, per metterle a frutto nel servizio del “qui e adesso”.

Carissimi, so quanto bene voi fate ogni giorno, in tante parti del mondo, un bene spesso sconosciuto agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio! Ve ne ringrazio e vi benedico di cuore, incoraggiandovi a continuare con fede e generosità la vostra missione. Grazie!


giovedì 21 agosto 2025

Morte e risurrezione della vita religiosa

Madre superiora o leader? Il convento non è un'azienda

 

Il ricorso alla consulenza d’azienda per le comunità

induce a snaturarle

Luigino Bruni - Avvenire, lunedì 11 agosto 2025, pag. 15

                                            Luigino Bruni

La questione del carisma e della responsabilità di un convento o un monastero incrocia il tema della leadership, di matrice economica. Il ricorso ai consulenti per la riorganizzazione della vita religiosa fa entrare nelle comunità criteri e modelli che le allontanano dal primato del carisma. Con una pericolosa metamorfosi.

Per molti secoli i carismi cristiani hanno offerto idee e categorie alla vita civile. Monaci, monache e frati hanno scritto statuti comunali, consigliato prìncipi, mercanti e banchieri, inventato università e ospedali.

Da qualche decennio la creatività culturale e sociale dei carismi si è molto ridotta. Anche a causa del mancato incontro con lo spirito moderno, la cultura cristiana è entrata in una buia notte muta, dove domandiamo al profeta: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Isaia 21,11).

In questa lunga carestia di pensiero e di spirito, i rappresentanti del paradigma vincente – il business – stanno entrando in massa dentro le comunità ecclesiali, dove vorrebbero insegnare come si governa, ci si relaziona, persino la spiritualità.

Le imprese hanno mutuato la spiritualità dal mondo delle religioni, l’hanno adattata ai fini aziendali, snaturandola (la spiritualità conosce solo il valore intrinseco); e la spiritualità che oggi ritorna al mondo religioso è quella “geneticamente modificata” dal passaggio attraverso il business. Ma ci piace lo stesso, forse di più.

Un ambito decisivo dove la presenza del business nelle comunità religiose è particolarmente pesante è quello della leadership, il primo dogma della nuova religione capitalista.

Esiste infatti una affinità elettiva tra il mondo religioso e la leadership. La vita religiosa è nata in passato come società gerarchica, con i membri

suddivisi in superiori e sudditi. Il mondo è poi cambiato, la visione gerarchica è saltata generando un vero e proprio vuoto, che assume varie forme.

La prima è l’anarchia, comunità “fai da te” dove ciascuna/o ha la sua propria interpretazione del carisma. Altri reagiscono con un ritorno nostalgico alla gerarchia e alla “radicalità” del passato, e i danni sono forse maggiori.

Sempre più, infine, si affidano ai consulenti e alla leadership che si presenta come una soluzione semplice: basta trasformare il superiore in un leader per salvare sia la tradizione sia lo spirito moderno.

Se poi al sostantivo “leadership” si accostano nuovi aggettivi la conquista è perfetta: leadership etica, compassionevole, inclusiva, autentica, responsabile, d’amore, ignaziana, benedettina, di Gesù, francescana, “servant”, “caring”, “graceful”...

Si lavora ogni giorno sugli aggettivi senza mettere in dubbio il sostantivo (leadership), dove si trova invece il baco.

Ma nulla conquista più l’anima del mondo religioso della leadership spirituale, il nuovo culto capitalista in veste mistica che sta invadendo comunità, movimenti, sinodi, dove è accolto con lo stesso entusiasmo con cui il re azteco Montezuma accolse Cortès.

Immaginiamo Suor Antonia, priora di un monastero benedettino in crisi. Le decisioni del capitolo

incontrano nelle monache una fatica crescente. Si creano sottogruppi, conflitti striscianti, individualismo, mormorazioni, calo di entusiasmo e di letizia.

Suor Antonia sta perdendo fiducia e speranza. Va a leggere le vecchie costituzioni, trova linguaggio e parole che sente lontane. Un giorno una monaca propone di rivolgersi a una agenzia esperta di governance e leadership, specializzata nella vita consacrata.

Iniziano i lavori, e dopo tre settimane le consulenti individuano il centro del problema: la priora è ancora vista come superiora, occorre una trasformazione in leader spirituale, secondo i seguenti principi:

1) il leader spirituale non ha bisogno della gerarchia, perché il consenso interiore e l'adesione libera dei seguaci nascono dal “carisma del leader”; 2) deve poi possedere «livelli più elevati di valori etici» (Oh & Wang, 2020);

3) inoltre, «deve essere attraente, credibile e visto come modello morale» (Brown, Trevino e Harrison, 2005).

Suor. Antonia è all’inizio un po’ smarrita – si chiede: “ma avrò tutte queste qualità?” –; ma poi le consulenti la convincono, mostrandole che la leadership spirituale è più egualitaria e gentile rispetto alle Regole dei fondatori. Ma è proprio così?

Diciamo subito che il vero problema di questi cambiamenti non è il loro fallimento ma il loro

successo: spesso la metamorfosi riesce, ma invece di volare come farfalla ci si risveglia nel letto di Gregor Samsa (Kafka).

Il primo equivoco della leadership sta nella stessa parola leadership. Perché la sua filosofia è costruita sulla distinzione tra chi guida (leader) e chi è guidato (followers).

Nessuna teoria della leadership può mettere in dubbio questo dualismo, anche quando dice esplicitamente di volerlo superare.

La leadership è, infatti, in sé concetto gerarchico e posizionale – basti pensare all’uso popolare della parola nello sport: “leader della corsa”, “leader’s corner”...

C’è poi un secondo problema, decisivo. Ogni teoria della leadership implica necessariamente l’enfasi sul leader come modello etico e spirituale per i followers: il leader deve diventare il riferimento per i suoi seguaci.

E così si dimentica qualcosa di fondamentale: nei monasteri e nei conventi il leader non è l’abate né l’abadessa ma la regola e il carisma. L’abate è il primo seguace.

Guai allora al giorno in cui nei monasteri qualche monaco pensasse di dover seguire un leader, una persona diversa da Cristo, che ci ricorda con forza: «Non vi fate chiamare guide» (Mt 23,10). Sta nell’assenza di leader il segreto della longevità del carisma del mondo monastico, che in questo si differenzia dai movimenti e dalle nuove comunità carismatiche del XX secolo. In queste, infatti, il fondatore somiglia molto al “leader carismatico” descritto da Max Weber, dove tutto e tutti dipendono dalla persona del leader.

La leadership del fondatore è essenziale per la nascita di questi movimenti, ma quelli che sono riusciti a superare la fase fondativa hanno dovuto passare da una leadership personale a un governo sganciato dalle caratteristiche di una o più persone.

La leadership del fondatore è la grande eredità dei movimenti carismatici ma è anche il loro grande vulnus. Quando, invece, i movimenti pensano di superare la crisi del post-fondatore trattando il presidente da leader, cioè come il fondatore, incontrano difficoltà fatali.

La sapienza delle comunità dopo i fondatori consiste soprattutto nel saper trasformare il governo in chiave post-leadership, dove si riesce a stare insieme non conformandosi e seguendo un nuovo leader ma sulla base del carisma di tutti e di ciascuno. Un cambiamento davvero radicale.

E arriviamo così a un terzo nodo. Le teorie della leadership si dimenticano che le suore di una comunità non sono le followers della priora, fosse anche la più spirituale ed etica dell’universo: seguono invece ciascuna la regola, il carisma e la vocazione (che è un modo di seguire Cristo), e ognuna obbedisce alla parte migliore di sé.

Immaginare che le comunità possano essere disegnate come una dinamica di leader spirituale e

followers significa smarrire il senso profondo del carisma e delle comunità.

Quando arrivano gli esperti di leadership questi ripropongono la visione dicotomica leader/seguaci, e senza volerlo (è il loro mestiere) conducono la comunità nella direzione sbagliata.

Lavorando da anni, insieme a Paolo Santori, sulla leadership, mi sono convinto che è sempre più dannosa anche per le imprese, ma è veramente devastante nella vita religiosa. Perché mentre dalle aziende la sera si torna a casa e tutto si relativizza, dalle comunità la sera non si esce, e se ai responsabili si attribuisce un crisma sacrale la gerarchia diventa più totalizzante e pericolosa di quella antica, dove almeno esistevano limiti, confini e contrappesi all’autorità dell’abate.

Cosa, allora, potrebbero fare suor Antonia e la sua comunità? Innanzitutto, riconoscere la crisi, non negarla, chiamarla per nome e far uscire i suoi angeli e i suoi demoni. Poi accoglierla dentro casa e far festa con il nuovo ospite. Ascoltare la crisi fino in fondo, facendola parlare, urlare, perché ha cose preziose da dire nascoste sotto l’involucro del dolore e della paura. Quindi iniziare ad ascoltarsi l’un l’altra, senza fretta. Pregare i Salmi, Giobbe, il Cantico, perché i secoli, i millenni di frequentazione quotidiana della Scrittura sono un patrimonio infinito, anche di governo e relazioni durante le crisi.

Quindi suor Antonia farà la sua parte, ciascuna farà la propria, e tutte con pari dignità, onore, rispetto.

Non si sentirà la leader spirituale delle sue sorelle, non si presenterà come modello morale o spirituale per le altre. Sarà fragile e piena di limiti come tutte, ma continuerà a credere nello spirito e nel carisma – questa è la speranza cristiana – e vivrà quel suo compito transitorio solo come servizio.

Farà semplicemente la sua parte in un “gioco” collettivo, il suo passo in una “danza” comunitaria. Anche perché, se guardiamo veramente la Bibbia, le persone scelte per i compiti più importanti – da Davide a Mosè, da Ester a Pietro – erano i meno adatti a essere posti come modelli spirituali da seguire: furono invece scelti perché non erano all’altezza del loro compito – è l’inadeguatezza la condizione ordinaria dei re e profeti biblici, e coscienti di questo indicavano la Legge (la Torah) come “leader”.

Qualche volta arriverà una soluzione, sempre provvisoria. Altre volte si dovrà invece convivere con la non-soluzione, come facciamo tutti nelle famiglie, nelle istituzioni e nelle imprese. Perché il mestiere del vivere è una crescente, mite convivenza con il limite, con l’imperfezione e con l’inadeguatezza. Fino alla fine.

l.bruni@lumsa.it

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