domenica 12 luglio 2026

Desiderio infinito di riconoscimento

Anche tra i chiostri il dono e la gratuità meritano il loro giusto riconoscimento

di Luigino Bruni (Avvenire)

Dono è l’altro nome della comunità. Dalla vita e dalla Bibbia, sappiamo però che di dono si vive e si muore, ogni giorno, perché è proprio attorno alla nostra essenziale capacità donativa dove, insieme alle parole più grandi, si addensano anche le nostre aspettative, attese, pretese, frustrazioni.

Monache nel chiostro del Convento de las Dueñas a Salamanca in Spagna / ALAMY

Pensiamo, per un esempio, ad Antonella, una suora entrata in monastero venti anni fa. Nei primi anni il registro del dono e della gratuità era quello che ispirava e spiegava la totalità della sua vita. Si dava senza riserve nei vari lavori della comunità, dall’assistenza delle sorelle anziane all’accoglienza degli ospiti, dalle pulizie al refettorio. Tutta la “reciprocità” di cui aveva bisogno le arrivava dalla vita stessa, e non si sentiva in credito verso nessuno, forse solo in debito d’amore. Superati i quaranta, suor Antonella è entrata dolcemente in una nuova dimensione. Inizia a pensare a qualcosa di inedito: «Le mie attività, il mio dono, la mia persona, non sono “viste” abbastanza dalla comunità». Questo pensiero diventa ricorrente, qualche volte persino intrusivo, la disturba. Noi che la guardiamo sappiamo, più di lei, che questo è un pensiero importante, che se viene trascurato nel tempo cresce e mina la sua vita; troppe persone, con vocazioni autentiche, lasciano le comunità perché la percezione soggettiva di dare-senza-ricevere finisce per esaurirle, un esaurimento globale e cronico che si esprime alla fine nella frase: «Non volevo uscire, ma non ce la facevo più: meglio uscire viva che restare morta».

Questa nuova esigenza di suor Antonella può essere riassunta dalla parola: riconoscimento, una parola che in ambito cattolico non gode di buona fama, perché somiglia a “pretesa”. In realtà è una parola bellissima perché è il retro della medaglia della riconoscenza. L’esperienza della gratuità totale senza esigere riconoscimento dei primi anni della vocazione è comunque fondamentale, perché l’esigenza adulta di riconoscimento è sana, buona e genuina se è preceduta dagli anni della donazione-e-basta, che consentirà poi di vivere la nuova fase adulta. È quella energia quasi infinita che fa spiccare il folle volo, e che fa sì, in seguito, di continuare a restare in quota portati dal vento (ruah) anche quando non si ha più la forza per battere le ali. Nel mondo del lavoro, questo riconoscimento si esprime anche con gli stipendi, gli incentivi, le carriere. Un’impresa riconosce la qualità del lavoro di un lavoratore anche pagandolo bene o di più, perché noi amiamo gli aumenti di stipendio perché sono segnali che ci dicono che l’azienda apprezza e stima il nostro contributo, quindi la nostra persona – e per la stessa ragione soffriamo quando avanzano i colleghi e noi no. Ai nostri lavori chiediamo molto di più dello stipendio: gratitudine, rispetto, stima…
Come si esprime, allora, il riconoscimento-riconoscenza-reciprocità nelle comunità religiose, dove i salari non ci sono o anche se ci fossero non sarebbero comunque strumenti per misurare il valore delle persone? Come si fa a non far vivere a suor Antonella, diventata adulta, una costante sensazione di insufficiente riconoscimento del suo lavoro che diventa presto mancanza di riconoscimento della sua persona? Osservando e lavorando con diverse comunità, mi stupisce sempre che invece di rafforzare e potenziare le forme di riconoscimento non-monetarie (in mancanza di quelle monetarie), queste vengono scoraggiate perché considerate incompatibili con le virtù della modestia e dell’umiltà (confusa con l’umiliazione provocata ad arte, che è il suo opposto). Nelle comunità ci si ringrazia poco, in particolare non si è visti né ringraziati dai responsabili: si dà quasi tutto per scontato e dovuto, come se fosse tutto incluso nella scelta radicale iniziale; e se qualcuno fa trapelare questo tipico disagio adulto, viene letto e descritto come mancanza di radicalità e imborghesimento.
Guardiamo un aspetto specifico. Dagli studi empirici sappiamo che ai lavoratori non basta essere stimati dai “pari”: c’è un grande bisogno di essere visti e stimati anche dai responsabili, dai manager diretti: il grazie e il “bravo” del collega ci fa piacere, in molte occasioni è importante, ma non ci basta: abbiamo bisogno anche di quello del responsabile. Ma mentre nelle imprese hanno introdotto coach e counselor, che sono nuove forme di accompagnamento individuali (quasi) spirituale, nelle comunità i dialoghi personali si appaltano ai padri spirituali o agli accompagnatori esterni, dimenticando che il dialogo tra la singola persona e il suo diretto responsabile è essenziale. Non si tratta di cadere in una visione gerarchica o verticistica, ma di riconoscere che in tutte le comunità umane gli sguardi su di noi (e sugli altri) non sono tutti uguali, e ce ne sono alcuni che non possono mancare, quelli di chi per mandato hanno responsabilità specifiche su di noi. Inoltre, il riconoscimento non va confuso con il bisogno, spesso infantile, di essere sempre incoraggiati, rafforzati e lodati dai “superiori”, che invece è sintomo di bassa auto-stima e fragilità (da curare con altri strumenti). Nei momenti di colloquio e dialogo con i responsabili, non ci saranno poi soltanto i “grazie” e i “bravo”; abbiamo un bisogno vitale che qualcuno veda anche i nostri limiti, le carenze, gli errori, e ce lo dica, nelle forme e nei modi adeguati. Tutti, a turno, facciamo cose non eccellenti e non buone, e lo sappiamo, ma se nessuno ce lo dice aumenta la sensazione di non essere “visti” – un onesto rimprovero è un’alta forma di riconoscimento. Inoltre, abbiamo bisogno di stima vera, non di quella finta di chi non ci conosce e senza sostenere alcun costo ci dice “bravissimo”; nella migliore delle ipotesi ci facciamo un innocuo sorrisino, se invece crediamo a quella stima finta andiamo avanti in errori e vizi che fanno male a noi e agli altri. I feedback onesti sono strumenti essenziali per crescere bene. Gli abusi spirituali e di coscienza di ieri e di oggi non devono impedirci di vivere questa speciale ed essenziale forma di comunione, altrimenti il “foro esterno” finisce col coincidere con la sala Tv, la mensa e la preghiera, e le comunità muoiono. Inoltre, quando manca un dialogo regolare e aperto con i responsabili, i colloqui con i pari diventano quasi sempre mormorazioni – è troppo semplice da parte dei capi condannare “le chiacchiere”: occorre interrogarsi sulle ragioni strutturali che le generano!
Se poi l’unico strumento di riconoscimento resta la carriera gerarchica, si insinua nelle comunità una frenesia per le cariche, molto più deleteria degli incentivi monetari – come accadeva quando gli ecclesiastici facevano voto di castità ma erano ossessionati dal potere. Il buon sviluppo di una vita in comunità dipende molto dal riuscire a navigare evitando due scogli fatali: il Cariddi dell’eccessiva dipendenza dallo sguardo dei superiori, che la tiene in un costante infantilismo e non autonomia; ma anche lo Scilla scoglio in cui si schianta chi, per dolore o delusione, decide di non cercare più lo sguardo di nessuno. Meno si usa il denaro più devono crescere gli altri linguaggi di riconoscimento e gratitudine, perché, soprattutto da adulti, senza reciprocità si vive molto male, a volte troppo. Poi, in un altro giorno ancora più adulto, capiremo che nessuna reciprocità può saziare il nostro desiderio di riconoscimento, perché è infinito. Ma nel frattempo dobbiamo far crescere la riconoscenza possibile e onesta.

Aveva 106 anni e raccontava il Vangelo su YouTube

 

Addio a 106 anni a suor Anna Maria

di Guido Mocellin (Avvenire)

Era probabilmente la più anziana d'Italia. Insegnante e aiuto per un anziano sacerdote, entrò in convento a 70 anni. A 100 divenne la protagonista di una serie girata dentro la clausura
Aveva 106 anni compiuti e probabilmente era la suora più anziana d’Italia. Ma l’età non è il solo dato straordinario nella biografia di Anna Maria del Sacro Cuore, del monastero delle “Sacramentine”, ovvero Adoratrici perpetue del SS. Sacramento, di Seregno, che il Padre ha chiamato a sé da questa vita il 9 luglio. Al secolo si chiamava Anna Perfumo, era nata nell’alessandrino e aveva coltivato sin dalla fanciullezza la vocazione monastica, ma – così diceva – le parve che per mano del Signore si frapponessero degli «ostacoli». Così nel 1937, diplomata maestra elementare e avvertendo di portare delle responsabilità verso la madre e le sorelle, accoglie la proposta del parroco e direttore spirituale di andare a lavorare come educatrice in Liguria, presso la famiglia degli armatori Costa, dove all’epoca i bambini venivano formati privatamente.
Terminato questo impegno, e pur rimanendo sempre orientata alla vita religiosa contemplativa piuttosto che a quella attiva, spinta ancora dalla situazione familiare va a insegnare nelle scuole elementari finché, prossima a entrare finalmente in una famiglia religiosa, accoglie un’altra proposta, questa volta di un’amica: prestare aiuto a un sacerdote solo e malato di Rivarolo (Genova). «Signore, forse tu mi chiami lì», dice di aver pensato. E compie questo servizio per trent’anni. Ed ecco un altro fatto straordinario: è già settantenne quando, morto il sacerdote che assisteva, spera di poter finalmente concretizzare la sua vocazione originaria, e insieme teme che, per l’età e la salute di chi si è spesa tutta la vita, non troverà un monastero disposto ad accoglierla. Ma, grazie a un altro sacerdote che l’accompagna e la sostiene in quello che le «sembrava quasi una presunzione» (sic!), trova invece aperte le porte delle Sacramentine di Albaro a Genova. L’ultimo evento è il meno straordinario a confronto degli altri, ma porta il merito di aver fatto conoscere la storia e la spiritualità di questa monaca piccola di statura e dal sorriso mite e disarmato. All’indomani del suo centesimo compleanno, nel monastero di Seregno dove frattanto è stata trasferita, diventa la protagonista – premiata dalle visualizzazioni – di molti dei video che la regista e autrice televisiva Mimma Russo realizza all’interno di quella clausura, raccontando la sua vita (è l’intervista a cui ho attinto quanto riportato fin qui) e offrendo testimonianze sia di spiritualità sia, pur in età così avanzata, di prossimità e cura per le consorelle meno in gamba di lei.

mercoledì 8 luglio 2026

Kidane Mehret in Tigray

La missione è il più grande dono che Dio mi ha fatto

Nel Tigray, Etiopia, suor Laura Girotto è l’anima dell’opera Kidane Mehret, che conduce insieme ad altre religiose e alcuni Memores Domini. Scuola, ospedale e progetto agricolo, è un porto sicuro per migliaia di persone a cui la guerra ha tolto tutto

Maria Acqua Simi


Suor Laura Girotto, anima dell’opera missionaria Kidane Mehret in Tigray

La prima cosa che suor Laura Girotto racconta del Tigray non è la guerra. Dopo oltre trentadue anni trascorsi ad Adua, nel nord dell’Etiopia, il suo sguardo continua a fermarsi sulle persone, molto prima che sulle macerie. «I poveri, la gente semplice, sono una gioia pura», dice. «Hanno un’umanità che sorprende, una semplicità e un’immediatezza che sembrano custodire un’innocenza originaria da cui continuamente io posso imparare». È da qui che bisogna partire per comprendere una terra di cui il mondo torna ad accorgersi soltanto quando la violenza riemerge.

Da quasi mezzo secolo la religiosa salesiana vive in quella che è diventata una delle opere missionarie più significative dell’intera regione. Kidane Mehret, “Velo di Misericordia”, non è soltanto una missione: è una scuola che accompagna centinaia di bambini fin dalla materna e oltre mille studenti nei diversi livelli scolastici, un centro di formazione professionale, un luogo dove le donne imparano un mestiere e conquistano un’indipendenza economica, un grande oratorio, un progetto agricolo che permette di sfamare centinaia di famiglie e, soprattutto, un ospedale che durante gli anni della guerra è rimasto di fatto l’unico presidio sanitario funzionante nell’area.

Oggi, mentre la regione torna a vivere giorni di crescente incertezza, quell’opera continua a rappresentare un porto sicuro per migliaia di persone. Dopo gli accordi di Pretoria del novembre 2022, che avevano formalmente posto fine al conflitto tra il governo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), molti avevano sperato che la regione potesse finalmente avviarsi verso una ricostruzione. Si usciva infatti da uno dei conflitti più sanguinosi al mondo: oltre 1 milione di morti, milioni di sfollati, stupri e reclutamento di bambini e bambine soldato. In realtà, però, negli ultimi quattro anni la pace è rimasta come sospesa. Le divisioni interne al Tplf, i rapporti sempre più tesi con Addis Abeba, il ruolo controverso della vicina Eritrea e il riarmo di alcune fazioni continuano ad alimentare una situazione estremamente fragile, mentre nelle ultime settimane sono tornate a moltiplicarsi le denunce di reclutamenti forzati di giovani e adolescenti. È dentro questo scenario che suor Laura, insieme ad altre sei religiose, continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto: educare, curare, restare.

La guerra non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone: il sistema sanitario qui è al collasso e procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. E ora che le armi tacciono la prima emergenza è la fame

«Durante la guerra di quattro anni fa ci hanno portato via i ragazzi della seconda media», racconta. «Avevano tredici anni. Ragazzi e ragazze. Abbiamo dovuto sospendere la scuola e continuare soltanto quello che era possibile fare, perché tutto era diventato troppo pericoloso. Partirono in 715, dei nostri giovanissimi alunni. Quando il conflitto è finito, ne sono tornati a casa solo poco più di trecento». Non servono molte altre parole. Quelle che seguono arrivano quasi sottovoce.

«Chi è tornato era profondamente traumatizzato. Ci abbiamo messo mesi per riuscire a farli parlare. Alcuni non ci sono mai riusciti. Qualcuno non ha retto e si è tolto la vita». Le lezioni oggi sono riprese, i corridoi della scuola hanno ricominciato a riempirsi di bambini e adolescenti, ma la paura non se n’è mai andata. «La situazione è estremamente difficile. Apparentemente non si combatte, non si sentono spari, ma continuano i rastrellamenti dei giovani e nessuno riesce a capire davvero che cosa stia succedendo».

Oggi, infatti, basta la voce di un possibile nuovo reclutamento perché molti adolescenti decidano di fuggire. Cercano di arrivare nella capitale Addis Abeba, oppure tentano di lasciare il Paese, perché hanno visto con i propri occhi ciò che è accaduto ai fratelli maggiori, ai cugini, agli amici che non sono più tornati.

La guerra, del resto, non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone. Ci sono danni fisici e mentali con cui fare i conti ma è cosa difficile, visto che il sistema sanitario della regione è al collasso. «Su quaranta ospedali, trentanove sono stati distrutti. Il nostro è stato l’unico a continuare a funzionare. In venti mesi abbiamo curato più di cinquecentomila persone. È difficile persino spiegare che cosa abbia significato per noi, ma è stato possibile dentro un lavoro comunitario, insieme, nessuno escluso».

«Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto, come possiamo. E abbiamo animali, orti e frutteti: un progetto agricolo che ci permette di sopravvivere e aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla»

E ora che le armi temporaneamente tacciono, «la prima emergenza rimane la fame», afferma suor Laura senza esitazione. «Fame, fame, fame». Non è soltanto una questione di povertà. È il venir meno di tutto ciò che rende possibile una vita normale. «Capita di avere i soldi e di non trovare quello che serve. Le banche non hanno liquidità. Il carburante praticamente non esiste così tutti noi oggi ci muoviamo a piedi. Riuscite a immaginare cosa voglia dire?».

La mancanza di carburante significa che i villaggi rimangono isolati, che le donne incinte spesso non riescono a raggiungere l’ospedale e sono costrette a partorire in casa in condizioni precarie, che un malato può morire semplicemente perché nessuno riesce a trasportarlo fino a un medico. Anche procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. «Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto come possiamo ma è sempre più difficile reperire le cose basilari. Se la missione riesce ancora a garantire un minimo di sostegno alla popolazione è anche grazie al grande progetto agricolo sviluppato negli anni. Abbiamo animali, orti, frutteti e devo dire che non sarebbe possibile senza il lavoro di Giovanni e dei Memores Domini che a questa gente e a questo progetto agricolo stanno dedicando la vita. È quello che ci permette di sopravvivere e di aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla».

Il lavoro di Giovanni e del suo staff fornisce a tutti (pazienti e medici dell’ospedale, donne e bambini, dipendenti etiopi della missione) una nutrizione adeguata e di qualità, oltre che a rappresentare una opportunità di lavoro per tante persone del luogo.

A Kidane Mehret, spiega ancora suor Laura, ora lavorano circa duecento persone stipendiate, tutte etiopi. Le religiose sono soltanto sette, salesiane e Figlie del Cottolengo, affiancate come già accennato da alcuni Memores Domini (Giovanni Marchetti al progetto agricolo, Vittorio Ruggeri alla manutenzione e Cecilia Sironi alla scuola infermieri) e da personale sanitario locale. È una scelta precisa, maturata negli anni. «Il nostro obiettivo è renderci inutili», dice sorridendo. «Abbiamo costruito pensando ai prossimi cento o duecento anni e prepariamo medici, infermieri e tecnici del posto perché siano loro a portare avanti tutto questo quando noi non ci saremo più.»

Anche la decisione di restare, mentre molti stranieri lasciavano il Paese, nasce dalla stessa logica. «Qualche mese fa l’ambasciata italiana ha organizzato, giustamente, l’evacuazione degli italiani dal Paese perché la situazione stava peggiorando e si faceva sempre più instabile. Noi abbiamo risposto che ci prendevamo la responsabilità di restare. Se ce ne andassimo, che senso avrebbe essere missionari? Noi siamo lì per tenere acceso almeno un lumicino di speranza. Non riusciamo ad aiutare tutti, purtroppo, ma ogni vita salvata è una vita unica, irripetibile a questo mondo. E non è questione di eroismo, questo lo scriva, è per amore che restiamo».

«La missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino»

È la stessa convinzione che attraversa anche il suo modo di guardare alle persone. In una regione dove la tradizione ortodossa rappresenta il cuore dell’identità religiosa e dove risiede anche una numerosa comunità musulmana, questa missione cattolica è diventata negli anni un luogo di convivenza quotidiana.

«Andiamo molto d’accordo con tutti, ortodossi e musulmani. Quando morì san Giovanni Paolo II, i primi a venire a farci le condoglianze furono proprio loro. E tanti genitori musulmani continuano a chiedere di iscrivere i figli nelle nostre scuole. Noi diciamo sempre con chiarezza che questa è una scuola cattolica e che non costringeremo mai nessuno a pregare come noi; chiediamo soltanto rispetto reciproco. Poi succede una cosa bellissima: quando prepariamo il presepe vivente, se un bambino musulmano non riceve una parte, sono proprio i suoi genitori a protestare, lo dico in senso buono, perché ci tengono che anche i figli partecipino del nostro ideale educativo». Un episodio che racconta meglio di molti discorsi quale sia il metodo della missione.

«Non si evangelizza parlando. Si evangelizza vivendo. Intendiamoci: se una persona ha fame, prima le dai da mangiare. Se è malata, la curi. Se ha bisogno di essere lavata, la lavi. Se riesci, ascolti la sua storia. Noi non guardiamo se uno è cattolico, ortodosso o musulmano. Per noi chiunque accogliamo è una persona. È Cristo». Alla fine della conversazione, quando le si chiede che cosa abbia significato per lei una vita intera trascorsa in Africa, la risposta arriva semplice.

«L’esperienza missionaria è il dono più grande che Dio mi abbia fatto. Vorrei avere altre dieci vite per continuare a stare con questa gente. Qui io ho perso il diritto di lamentarmi. Per il solo fatto di essere nata in Italia avrò sempre una possibilità. Se volessi, potrei tornare alla mia terra d’origine quando voglio e lasciare alle spalle guerra e sofferenze. Un etiope, invece, deve restare qui. Ed è per questo che anch’io continuo a restare. Perché, credo, la missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino». In una terra dove la guerra continua a minacciare il futuro, la presenza di suor Laura, dei Memores e della sua comunità ricorda che la speranza non nasce dalle grandi strategie della politica, ma da qualcuno che sceglie ogni mattina di condividere la vita di chi gli è stato affidato.

martedì 7 luglio 2026

A confronto con l’enciclica “Magnifica humanitas” - Osservatore Romano

 

Quale uomo?


La domanda del Papa guardando alla “magnifica umanità di Cristo”


di Francesco Cosentino

C’è un orizzonte di fondo in cui l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas si colloca e che, in un tempo come quello attuale, merita di essere messo in luce: mettere ciascuno di noi davanti a una scelta. Questa, infatti, è la prima parola del Pontefice: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (Mh, 1).

La scelta decisiva, cioè la ricerca di una opzione fondamentale, di un orizzonte di verità in cui collocare la visione di umanità e di società, è proprio ciò di cui oggi siamo orfani in un tempo come il nostro, che sembra essere tempo della post-verità: ciascuno può tranquillamente tenere in mano il piccolo frammento della sua vita, del suo sentire, della propria verità senza un rimando ad un centro, senza legame con un fondamento condiviso, senza una verità di fondo che possa sostenere ispirare un modo di essere e una visione di società.

Il rischio, però, è che ciascuno sia rimandato semplicemente a se stesso nel dover continuamente interpretare e ridefinire gli aspetti della vita cercandovi un senso e una direzione e, alla fine, gravato da tale computo, preferisce rimandare anche le scelte fondamentali, in un gioco ininterrotto di rimandi e di interpretazioni. In tal modo, il nostro diventa il tempo in cui si “sceglie di non scegliere”, di non compiere mai, cioè, una scelta fondamentale. Il Papa inizia l’enciclica richiamandoci proprio all’urgenza di compiere una scelta: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (Mh, 1).

In ogni epoca, aggiunge, siamo noi a dover dare forma al tempo. Il mondo, insomma, può essere una Babele, che rompe l’alleanza con Dio e il dialogo con Lui, diventando confusione di linguaggi, lotta di potere, sopraffazione degli uni verso gli altri; oppure può diventare Gerusalemme, laddove, come al tempo del profeta Neemia, la città è in macerie e la ricostruzione avviene attraverso l’assunzione di una comune responsabilità, diventando così il luogo che tutti cooperano a costruire e, perciò, realtà accogliente e ospitale, che valorizza ciascuno, promuove l’armonia delle diversità, genera giustizia e offre la pace. Un luogo dove ogni persona può essere custodita nella sua bellezza e dignità.

Leone XIV accende i riflettori sulla figura biblica di Neemia, scrivendo: «In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia — laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali — per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (Mh, 241).

Non vi è, nell’enciclica, nessuno spirito di contrapposizione né alcun atteggiamento giudicante nei confronti delle res novae, delle nuove questioni che riguardano soprattutto i progressi della tecnica; c’è invece, un invito a vigilare perché ogni progresso umano, anche quello tecnologico, porta con sé un lato ambiguo e può non essere orientato al bene di tutti. Soprattutto, la tecnica ha un impatto antropologico: non possiamo più pensare — lo diceva Heidegger e lo ripete il Papa — che la tecnica sia neutra e che dipende solo da come usiamo i suoi strumenti; essa, in realtà, cambia il nostro approccio alla vita, il nostro modo di essere uomini e di abitare il mondo, ha quindi un impatto sul modello antropologico. Dunque, l’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnica, ma una svolta antropologica, sociale, economica, politica e anche spirituale, dinanzi alla quale dobbiamo scegliere tra la babele del dominio, dell’autosufficienza, del potere dei pochi a discapito dei molti, oppure la Gerusalemme della responsabilità, della difesa dell’uomo, della comunione, della solidarietà e del bene comune. Per questo c’è bisogno di discernimento, di ascolto della realtà in cui viviamo, e poi di scelte che sappiano “governare” tali progressi per «assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo» (Mh, 5).

A questo punto, la domanda decisiva che attraversa l’enciclica: quale uomo nel tempo delle intelligenze artificiali e dei progressi tecnologici? Qui occorre non farsi ingannare. Nella visione cristiana, infatti, non esiste un’idea astratta di uomo e di umanità. Noi ci riferiamo sempre, invece, al pensiero antropologico cristiano, radicato nella fede in Cristo: il prototipo di umanità, per noi, è Gesù Cristo. È l’umanità di Gesù il metro di misura a partire dal quale pensiamo l’uomo, perché quella è la statura, la qualità e anche la mèta ultima dell’umano, ciò che siamo chiamati a raggiungere e ciò che ci interpella ogni volta che accanto a noi o nel mondo c’è una persona a cui quella dignità umana è negata.

Radicata nell’incarnazione, la fede cristiana conosce solo il Dio fatto uomo e afferma, perciò, che non c’è Dio senza uomo e non può esserci davvero umanità senza Dio. Dio è anzitutto cura dell’umano e compimento dell’umano nell’amore, e tutto ciò risplende già in modo definitivo nella vicenda singolare di Gesù, volto umano di Dio. Il cristianesimo pensa all’uomo guardando a Cristo e cogliendo così la sua provenienza e la sua destinazione ultima: è stato fatto per mezzo di Lui a immagine di Dio ed è stato fatto “in vista di Lui” per raggiungere la statura della sua stessa umanità e la sua stessa figliolanza: coeredi di Cristo, perciò figli di Dio e fratelli tra di noi (cfr. Rm 8, 17).

L’umanità di Cristo, scrive Leone XIV richiamando Gaudium et spes, svela anche a noi il mistero dell’essere umano perché è un’umanità pienamente libera, aperta agli altri, capace di costruire relazioni solidali, consegnata al dono totale di sé. Afferma il Papa: «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1, 26-27).  Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (Mh, 50).

Ciò si declina concretamente in tutti gli aspetti esistenziali e sociali più importanti: l’uguale dignità degli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; il principio del bene comune che tutela la dignità e i diritti di ciascuno e di tutti, attraverso culture, scelte, azioni e politiche che promuovono la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale, per uno sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo.

Da qui, il richiamo al discernimento. Nel numero 106 dell’enciclica abbiamo in questo senso un punto-chiave: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».

L’invito del Pontefice è radicale: restiamo umani. Non perdiamo l’idea e la visione di uomo, quella che splende in modo particolare nell’uomo Gesù. La magnifica umanità, in fondo, è proprio quella di Cristo. E per restare umani, occorre il discernimento critico. L’enciclica ci invita alla vigilanza critica, per donarci quella sapienza capace di comprendere la soglia oltre la quale il potere della tecnica, invece che aiutare l’umano rischia di distruggerlo.

Non deve farci paura la macchina né deve spaventarci l’algoritmo. Dobbiamo avere paura, però, quando attraverso di essi vogliamo mascherare le nostre fragilità, vogliamo spostare i nostri limiti, vogliamo cancellare i nostri errori, che sono proprio le cose che ci fanno restare umani. Anche per questo l’umanità di Cristo è “magnifica”: ci fa vedere un uomo scavato dal dolore, sfigurato nella sua bellezza, ferito per la passione dell’amore e, così, ci insegna che dobbiamo certamente lottare per la qualità della nostra vita ma, al tempo stesso, non dobbiamo eliminare la fragilità e la debolezza dallo spazio della nostra umanità, perché sono proprio esse a renderci umani.

Proprio su questo quotidiano, giorni fa usciva un pezzo intitolato “Ma le macchine non tremano”, in cui l’autore scriveva: le fotografie venivano male e le tenevamo lo stesso; oggi facciamo cento fotografie per cancellarne novantanove perché non sopportiamo l’idea di essere veri. E vogliamo correggere tutto; e intanto cancelliamo le prove della nostra esistenza.

Forse questa è la grandezza dell’enciclica Magnifica humanitas: ci aiuta a restare svegli perché la vita umana non si spenga, pur con tutte le sue imperfezioni e fragilità.