domenica 26 luglio 2026

Perché credere significa anche scegliere di non seguire le regole

 

La fede non è un "do ut des" 

di Luigino Bruni, da Avvenire

Il Dio rivelato dalla Bibbia ha molte note, ma primariamente è un Dio liberatore , è un donatore di libertà. La liberazione dalla schiavitù dell’Egitto è paradigma di tutte le liberazioni da ogni forma di schiavitù. Gesù porta al culmine l’esperienza della liberazione, e Paolo ci ha mostrato con una forza straordinaria che senza questa liberazione nessuna libertà spirituale adulta è possibile. Eppure, il credente fa molta fatica a vivere questa libertà. Anche nella vita religiosa, vale spesso il celebre incipit del Contratto Sociale di Jean-Jacques Rousseau: «L’uomo nasce libero, e dappertutto è in catene». Cosa accade allora nello sviluppo della vita religiosa se da grande luogo di libertà può trasformarsi in una esperienza di “catene”?
Il problema sta nell’idea, molto radicata in ogni homo religiosus , che la sua “giustificazione” (essere giusto) e la salvezza possano essere lucrate dalle opere. Il do-ut-des, ad esempio, non era solo la legge della vita commerciale romana, era anche la base della sua religione, del suo rapporto “commerciale” con le divinità, gestito dalla complessa macchina dei sacrifici . E purtroppo, nonostante Gesù e Paolo, non siamo riusciti ancora a liberarci dalla logica sacrificale della fede – «Quando una famiglia si accorge che nella Messa del giorno si ricordano altri defunti oltre il proprio, mi chiede spesso: “ma quale quota di messa va al mio morto? Il prezzo è lo stesso?”», mi diceva ieri un sacerdote. Quali le conseguenze di questa visione “pelagiana” nella vita delle comunità religiose?
Una premessa. Quando una persona scopre una vocazione religiosa non avverte nessun conflitto tra la propria libertà e il legarsi stretto a una Regola, e se lo sentisse questo sarebbe il primo segno di una vocazione assente o acerba. Legarsi con un “per sempre” è percepito come potenziamento della libertà. La fedeltà alla Regola, e alle molte pratiche religiose, viene quindi vissuta con entusiasmo e tutto parla solo di liberazione. E così trascorrono i suoi primi anni, anche se si svolge in una clausura – ed è questa libertà e gioia diverse che affascina tanti.
Le criticità emergono però quando guardiamo lo sviluppo delle persone nel tempo. Terminati gli anni giovanili, le pratiche religiose e le norme – “la regola” – vengono giorno dopo giorno interiorizzate, e senza accorgersene la fedeltà “alla vocazione” diventa fedeltà “alla regola”. La fede della prima vocazione viene progressivamente “operazionalizzata”, la promessa dell’inizio diventa una tecnica , e giorno dopo giorno il cosa faccio viene a coincidere con il chi sono . E insieme cresce tenace un’altra tendenza: se la giustizia si misura con la conformità alla Legge, si vive in una crescente sensazione di inadeguatezza e di colpa, perché gli standard ideali della Legge segnano lo scarto tra quanto dovremmo fare e quanto (poco) facciamo. La confessione finisce per diventare pratica nevrotica, che paradossalmente rafforza la sensazione di essere nel peccato, in una vita sempre più centrata su se stessi: «La forza del peccato è la Legge» ( 1 Cor 15,56). La tensione alla santità diventa una faccenda morale di conformità alla Legge, in esercizi individualistici dove le persone diventano credenti, sacerdoti e dio del culto della propria perfezione sempre più distante. La ricerca del proprio “star bene” spirituale si trasforma in una trappola: «Si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio» ( I Promessi Sposi ).
L’incontro con Gesù che avrebbe dovuto ribaltare la logica religiosa, fallisce miseramente in un ritorno all’etica pre-cristiana della salvezza per le opere, e alla sua meritocrazia. Tutte le meritocrazie fanno molti danni morali, di più quelle religiose, perché producono oceani di sensi di colpa in persone che si sentono sempre demeritevoli. La meritocrazia religiosa amplifica a dismisura il senso di imperfezione e di colpa – la partita doppia terra-cielo di colpe e di meriti è sempre in rosso, ci si sente perenni debitori insolventi di un debito che cresce anche per gli interessi cumulati: e ritorna l’uomo vedico arcaico, che nasceva con quattro debiti da saldare nel corso della sua vita.
Questo accade quando la conformità al carisma/vocazione viene intesa come perfetta esecuzione della Regola e delle sue opere, e i voti vengono intesi come “opere” meritorie – le più meritorie, perché quelle che costano di più nei tre ambiti decisivi della libertà umana: sessualità, autonomia, beni. E se la Regola prende il posto della Legge, «Cristo è morto invano» ( Gal 2,21), e il monachesimo torna quell’esperienza ascetica ben conosciuta nel mondo pre-cristiano (gli esseni, ad esempio).
Come si può, allora, vivere nello spirito cristiano-paolino il rapporto con la Regola, con le pratiche e tutte quelle “tecniche” legate all’identità di una vocazione? Semplicemente – ma in realtà è molto difficile e raro dal punto di vista empirico – vivendo lo sviluppo di una vocazione religiosa come un progressivo affrancamento dalla Regola-Legge, dandole, con Paolo, soltanto lo statuto di «pedagogo» per la giovinezza ( Gal 3,24). La crescita di una vocazione dovrebbe quindi consistere in una liberazione da tutto quell’insieme di pratiche e norme che fanno “il mestiere” del religioso, l’esperienza della “fede” dovrebbe liberarci dalla “religione”. Partecipare quindi alla Messa, alla Liturgia delle ore, ai ritiri spirituali, perché lo si sceglie nello spirito, e non perché sta scritto nella Regola. E se qualche volta, o per un periodo, una monaca non sente di dover partecipare alle liturgia questo non andrebbe interpretato come segno di tradimento, ma solo come evoluzione di una vocazione nella libertà dalla Legge. E, invece, ciò che purtroppo si nota spesso nei “consacrati” è l’ossessione pelagiana di non saltare nessuna pratica di pietà – ho conosciuto non poche persone che se oggi non riescono a dire il Rosario domani ne dicono due, se saltano una Messa la devono recuperare, catturate, in buona fede, da una idea pagana di religione.
Ma – e qui sta il punto decisivo – come tenere insieme una comunità di persone dove ciascuno partecipa o no alla liturgia in base al proprio stadio evolutivo della propria vita? Anche perché la forza (e la bellezza) di una comunità monastica sta proprio nel vedere le persone fedeli alle loro pratiche al di là dei desideri e scelte di ciascun membro. Non dovremmo però dimenticare che una comunità dove i suoi membri partecipano ogni giorno alla liturgia perché non hanno raggiunto la libertà spirituale di poterci non andare è molto diversa quella comunità dove (quasi) tutti i membri partecipano decidendo di partecipare nella raggiunta libertà di poterlo non fare . All’osservatore esterno sembrano uguali, ma sono molto diverse, una diversità che significa, anche, diverse capacità di buon futuro.
Con questa quinta puntata termina questo breve cammino nelle comunità e l’economia (e oltre). Mi auguro sia stato utile in qualche passaggio, e se vi abbiamo annoiato, sappiate, citando ancora Manzoni, «non s’è fatto apposta». Grazie a chi mi ha accompagnato, grazie al direttore Marco Girardo e alla redazione di «Catholica», che mi ha accolto nelle sue pagine. Arrivederci.

domenica 12 luglio 2026

Desiderio infinito di riconoscimento

Anche tra i chiostri il dono e la gratuità meritano il loro giusto riconoscimento

di Luigino Bruni (Avvenire)

Dono è l’altro nome della comunità. Dalla vita e dalla Bibbia, sappiamo però che di dono si vive e si muore, ogni giorno, perché è proprio attorno alla nostra essenziale capacità donativa dove, insieme alle parole più grandi, si addensano anche le nostre aspettative, attese, pretese, frustrazioni.

Monache nel chiostro del Convento de las Dueñas a Salamanca in Spagna / ALAMY

Pensiamo, per un esempio, ad Antonella, una suora entrata in monastero venti anni fa. Nei primi anni il registro del dono e della gratuità era quello che ispirava e spiegava la totalità della sua vita. Si dava senza riserve nei vari lavori della comunità, dall’assistenza delle sorelle anziane all’accoglienza degli ospiti, dalle pulizie al refettorio. Tutta la “reciprocità” di cui aveva bisogno le arrivava dalla vita stessa, e non si sentiva in credito verso nessuno, forse solo in debito d’amore. Superati i quaranta, suor Antonella è entrata dolcemente in una nuova dimensione. Inizia a pensare a qualcosa di inedito: «Le mie attività, il mio dono, la mia persona, non sono “viste” abbastanza dalla comunità». Questo pensiero diventa ricorrente, qualche volte persino intrusivo, la disturba. Noi che la guardiamo sappiamo, più di lei, che questo è un pensiero importante, che se viene trascurato nel tempo cresce e mina la sua vita; troppe persone, con vocazioni autentiche, lasciano le comunità perché la percezione soggettiva di dare-senza-ricevere finisce per esaurirle, un esaurimento globale e cronico che si esprime alla fine nella frase: «Non volevo uscire, ma non ce la facevo più: meglio uscire viva che restare morta».

Questa nuova esigenza di suor Antonella può essere riassunta dalla parola: riconoscimento, una parola che in ambito cattolico non gode di buona fama, perché somiglia a “pretesa”. In realtà è una parola bellissima perché è il retro della medaglia della riconoscenza. L’esperienza della gratuità totale senza esigere riconoscimento dei primi anni della vocazione è comunque fondamentale, perché l’esigenza adulta di riconoscimento è sana, buona e genuina se è preceduta dagli anni della donazione-e-basta, che consentirà poi di vivere la nuova fase adulta. È quella energia quasi infinita che fa spiccare il folle volo, e che fa sì, in seguito, di continuare a restare in quota portati dal vento (ruah) anche quando non si ha più la forza per battere le ali. Nel mondo del lavoro, questo riconoscimento si esprime anche con gli stipendi, gli incentivi, le carriere. Un’impresa riconosce la qualità del lavoro di un lavoratore anche pagandolo bene o di più, perché noi amiamo gli aumenti di stipendio perché sono segnali che ci dicono che l’azienda apprezza e stima il nostro contributo, quindi la nostra persona – e per la stessa ragione soffriamo quando avanzano i colleghi e noi no. Ai nostri lavori chiediamo molto di più dello stipendio: gratitudine, rispetto, stima…
Come si esprime, allora, il riconoscimento-riconoscenza-reciprocità nelle comunità religiose, dove i salari non ci sono o anche se ci fossero non sarebbero comunque strumenti per misurare il valore delle persone? Come si fa a non far vivere a suor Antonella, diventata adulta, una costante sensazione di insufficiente riconoscimento del suo lavoro che diventa presto mancanza di riconoscimento della sua persona? Osservando e lavorando con diverse comunità, mi stupisce sempre che invece di rafforzare e potenziare le forme di riconoscimento non-monetarie (in mancanza di quelle monetarie), queste vengono scoraggiate perché considerate incompatibili con le virtù della modestia e dell’umiltà (confusa con l’umiliazione provocata ad arte, che è il suo opposto). Nelle comunità ci si ringrazia poco, in particolare non si è visti né ringraziati dai responsabili: si dà quasi tutto per scontato e dovuto, come se fosse tutto incluso nella scelta radicale iniziale; e se qualcuno fa trapelare questo tipico disagio adulto, viene letto e descritto come mancanza di radicalità e imborghesimento.
Guardiamo un aspetto specifico. Dagli studi empirici sappiamo che ai lavoratori non basta essere stimati dai “pari”: c’è un grande bisogno di essere visti e stimati anche dai responsabili, dai manager diretti: il grazie e il “bravo” del collega ci fa piacere, in molte occasioni è importante, ma non ci basta: abbiamo bisogno anche di quello del responsabile. Ma mentre nelle imprese hanno introdotto coach e counselor, che sono nuove forme di accompagnamento individuali (quasi) spirituale, nelle comunità i dialoghi personali si appaltano ai padri spirituali o agli accompagnatori esterni, dimenticando che il dialogo tra la singola persona e il suo diretto responsabile è essenziale. Non si tratta di cadere in una visione gerarchica o verticistica, ma di riconoscere che in tutte le comunità umane gli sguardi su di noi (e sugli altri) non sono tutti uguali, e ce ne sono alcuni che non possono mancare, quelli di chi per mandato hanno responsabilità specifiche su di noi. Inoltre, il riconoscimento non va confuso con il bisogno, spesso infantile, di essere sempre incoraggiati, rafforzati e lodati dai “superiori”, che invece è sintomo di bassa auto-stima e fragilità (da curare con altri strumenti). Nei momenti di colloquio e dialogo con i responsabili, non ci saranno poi soltanto i “grazie” e i “bravo”; abbiamo un bisogno vitale che qualcuno veda anche i nostri limiti, le carenze, gli errori, e ce lo dica, nelle forme e nei modi adeguati. Tutti, a turno, facciamo cose non eccellenti e non buone, e lo sappiamo, ma se nessuno ce lo dice aumenta la sensazione di non essere “visti” – un onesto rimprovero è un’alta forma di riconoscimento. Inoltre, abbiamo bisogno di stima vera, non di quella finta di chi non ci conosce e senza sostenere alcun costo ci dice “bravissimo”; nella migliore delle ipotesi ci facciamo un innocuo sorrisino, se invece crediamo a quella stima finta andiamo avanti in errori e vizi che fanno male a noi e agli altri. I feedback onesti sono strumenti essenziali per crescere bene. Gli abusi spirituali e di coscienza di ieri e di oggi non devono impedirci di vivere questa speciale ed essenziale forma di comunione, altrimenti il “foro esterno” finisce col coincidere con la sala Tv, la mensa e la preghiera, e le comunità muoiono. Inoltre, quando manca un dialogo regolare e aperto con i responsabili, i colloqui con i pari diventano quasi sempre mormorazioni – è troppo semplice da parte dei capi condannare “le chiacchiere”: occorre interrogarsi sulle ragioni strutturali che le generano!
Se poi l’unico strumento di riconoscimento resta la carriera gerarchica, si insinua nelle comunità una frenesia per le cariche, molto più deleteria degli incentivi monetari – come accadeva quando gli ecclesiastici facevano voto di castità ma erano ossessionati dal potere. Il buon sviluppo di una vita in comunità dipende molto dal riuscire a navigare evitando due scogli fatali: il Cariddi dell’eccessiva dipendenza dallo sguardo dei superiori, che la tiene in un costante infantilismo e non autonomia; ma anche lo Scilla scoglio in cui si schianta chi, per dolore o delusione, decide di non cercare più lo sguardo di nessuno. Meno si usa il denaro più devono crescere gli altri linguaggi di riconoscimento e gratitudine, perché, soprattutto da adulti, senza reciprocità si vive molto male, a volte troppo. Poi, in un altro giorno ancora più adulto, capiremo che nessuna reciprocità può saziare il nostro desiderio di riconoscimento, perché è infinito. Ma nel frattempo dobbiamo far crescere la riconoscenza possibile e onesta.

Aveva 106 anni e raccontava il Vangelo su YouTube

 

Addio a 106 anni a suor Anna Maria

di Guido Mocellin (Avvenire)

Era probabilmente la più anziana d'Italia. Insegnante e aiuto per un anziano sacerdote, entrò in convento a 70 anni. A 100 divenne la protagonista di una serie girata dentro la clausura
Aveva 106 anni compiuti e probabilmente era la suora più anziana d’Italia. Ma l’età non è il solo dato straordinario nella biografia di Anna Maria del Sacro Cuore, del monastero delle “Sacramentine”, ovvero Adoratrici perpetue del SS. Sacramento, di Seregno, che il Padre ha chiamato a sé da questa vita il 9 luglio. Al secolo si chiamava Anna Perfumo, era nata nell’alessandrino e aveva coltivato sin dalla fanciullezza la vocazione monastica, ma – così diceva – le parve che per mano del Signore si frapponessero degli «ostacoli». Così nel 1937, diplomata maestra elementare e avvertendo di portare delle responsabilità verso la madre e le sorelle, accoglie la proposta del parroco e direttore spirituale di andare a lavorare come educatrice in Liguria, presso la famiglia degli armatori Costa, dove all’epoca i bambini venivano formati privatamente.
Terminato questo impegno, e pur rimanendo sempre orientata alla vita religiosa contemplativa piuttosto che a quella attiva, spinta ancora dalla situazione familiare va a insegnare nelle scuole elementari finché, prossima a entrare finalmente in una famiglia religiosa, accoglie un’altra proposta, questa volta di un’amica: prestare aiuto a un sacerdote solo e malato di Rivarolo (Genova). «Signore, forse tu mi chiami lì», dice di aver pensato. E compie questo servizio per trent’anni. Ed ecco un altro fatto straordinario: è già settantenne quando, morto il sacerdote che assisteva, spera di poter finalmente concretizzare la sua vocazione originaria, e insieme teme che, per l’età e la salute di chi si è spesa tutta la vita, non troverà un monastero disposto ad accoglierla. Ma, grazie a un altro sacerdote che l’accompagna e la sostiene in quello che le «sembrava quasi una presunzione» (sic!), trova invece aperte le porte delle Sacramentine di Albaro a Genova. L’ultimo evento è il meno straordinario a confronto degli altri, ma porta il merito di aver fatto conoscere la storia e la spiritualità di questa monaca piccola di statura e dal sorriso mite e disarmato. All’indomani del suo centesimo compleanno, nel monastero di Seregno dove frattanto è stata trasferita, diventa la protagonista – premiata dalle visualizzazioni – di molti dei video che la regista e autrice televisiva Mimma Russo realizza all’interno di quella clausura, raccontando la sua vita (è l’intervista a cui ho attinto quanto riportato fin qui) e offrendo testimonianze sia di spiritualità sia, pur in età così avanzata, di prossimità e cura per le consorelle meno in gamba di lei.

mercoledì 8 luglio 2026

Kidane Mehret in Tigray

La missione è il più grande dono che Dio mi ha fatto

Nel Tigray, Etiopia, suor Laura Girotto è l’anima dell’opera Kidane Mehret, che conduce insieme ad altre religiose e alcuni Memores Domini. Scuola, ospedale e progetto agricolo, è un porto sicuro per migliaia di persone a cui la guerra ha tolto tutto

Maria Acqua Simi


Suor Laura Girotto, anima dell’opera missionaria Kidane Mehret in Tigray

La prima cosa che suor Laura Girotto racconta del Tigray non è la guerra. Dopo oltre trentadue anni trascorsi ad Adua, nel nord dell’Etiopia, il suo sguardo continua a fermarsi sulle persone, molto prima che sulle macerie. «I poveri, la gente semplice, sono una gioia pura», dice. «Hanno un’umanità che sorprende, una semplicità e un’immediatezza che sembrano custodire un’innocenza originaria da cui continuamente io posso imparare». È da qui che bisogna partire per comprendere una terra di cui il mondo torna ad accorgersi soltanto quando la violenza riemerge.

Da quasi mezzo secolo la religiosa salesiana vive in quella che è diventata una delle opere missionarie più significative dell’intera regione. Kidane Mehret, “Velo di Misericordia”, non è soltanto una missione: è una scuola che accompagna centinaia di bambini fin dalla materna e oltre mille studenti nei diversi livelli scolastici, un centro di formazione professionale, un luogo dove le donne imparano un mestiere e conquistano un’indipendenza economica, un grande oratorio, un progetto agricolo che permette di sfamare centinaia di famiglie e, soprattutto, un ospedale che durante gli anni della guerra è rimasto di fatto l’unico presidio sanitario funzionante nell’area.

Oggi, mentre la regione torna a vivere giorni di crescente incertezza, quell’opera continua a rappresentare un porto sicuro per migliaia di persone. Dopo gli accordi di Pretoria del novembre 2022, che avevano formalmente posto fine al conflitto tra il governo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), molti avevano sperato che la regione potesse finalmente avviarsi verso una ricostruzione. Si usciva infatti da uno dei conflitti più sanguinosi al mondo: oltre 1 milione di morti, milioni di sfollati, stupri e reclutamento di bambini e bambine soldato. In realtà, però, negli ultimi quattro anni la pace è rimasta come sospesa. Le divisioni interne al Tplf, i rapporti sempre più tesi con Addis Abeba, il ruolo controverso della vicina Eritrea e il riarmo di alcune fazioni continuano ad alimentare una situazione estremamente fragile, mentre nelle ultime settimane sono tornate a moltiplicarsi le denunce di reclutamenti forzati di giovani e adolescenti. È dentro questo scenario che suor Laura, insieme ad altre sei religiose, continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto: educare, curare, restare.

La guerra non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone: il sistema sanitario qui è al collasso e procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. E ora che le armi tacciono la prima emergenza è la fame

«Durante la guerra di quattro anni fa ci hanno portato via i ragazzi della seconda media», racconta. «Avevano tredici anni. Ragazzi e ragazze. Abbiamo dovuto sospendere la scuola e continuare soltanto quello che era possibile fare, perché tutto era diventato troppo pericoloso. Partirono in 715, dei nostri giovanissimi alunni. Quando il conflitto è finito, ne sono tornati a casa solo poco più di trecento». Non servono molte altre parole. Quelle che seguono arrivano quasi sottovoce.

«Chi è tornato era profondamente traumatizzato. Ci abbiamo messo mesi per riuscire a farli parlare. Alcuni non ci sono mai riusciti. Qualcuno non ha retto e si è tolto la vita». Le lezioni oggi sono riprese, i corridoi della scuola hanno ricominciato a riempirsi di bambini e adolescenti, ma la paura non se n’è mai andata. «La situazione è estremamente difficile. Apparentemente non si combatte, non si sentono spari, ma continuano i rastrellamenti dei giovani e nessuno riesce a capire davvero che cosa stia succedendo».

Oggi, infatti, basta la voce di un possibile nuovo reclutamento perché molti adolescenti decidano di fuggire. Cercano di arrivare nella capitale Addis Abeba, oppure tentano di lasciare il Paese, perché hanno visto con i propri occhi ciò che è accaduto ai fratelli maggiori, ai cugini, agli amici che non sono più tornati.

La guerra, del resto, non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone. Ci sono danni fisici e mentali con cui fare i conti ma è cosa difficile, visto che il sistema sanitario della regione è al collasso. «Su quaranta ospedali, trentanove sono stati distrutti. Il nostro è stato l’unico a continuare a funzionare. In venti mesi abbiamo curato più di cinquecentomila persone. È difficile persino spiegare che cosa abbia significato per noi, ma è stato possibile dentro un lavoro comunitario, insieme, nessuno escluso».

«Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto, come possiamo. E abbiamo animali, orti e frutteti: un progetto agricolo che ci permette di sopravvivere e aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla»

E ora che le armi temporaneamente tacciono, «la prima emergenza rimane la fame», afferma suor Laura senza esitazione. «Fame, fame, fame». Non è soltanto una questione di povertà. È il venir meno di tutto ciò che rende possibile una vita normale. «Capita di avere i soldi e di non trovare quello che serve. Le banche non hanno liquidità. Il carburante praticamente non esiste così tutti noi oggi ci muoviamo a piedi. Riuscite a immaginare cosa voglia dire?».

La mancanza di carburante significa che i villaggi rimangono isolati, che le donne incinte spesso non riescono a raggiungere l’ospedale e sono costrette a partorire in casa in condizioni precarie, che un malato può morire semplicemente perché nessuno riesce a trasportarlo fino a un medico. Anche procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. «Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto come possiamo ma è sempre più difficile reperire le cose basilari. Se la missione riesce ancora a garantire un minimo di sostegno alla popolazione è anche grazie al grande progetto agricolo sviluppato negli anni. Abbiamo animali, orti, frutteti e devo dire che non sarebbe possibile senza il lavoro di Giovanni e dei Memores Domini che a questa gente e a questo progetto agricolo stanno dedicando la vita. È quello che ci permette di sopravvivere e di aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla».

Il lavoro di Giovanni e del suo staff fornisce a tutti (pazienti e medici dell’ospedale, donne e bambini, dipendenti etiopi della missione) una nutrizione adeguata e di qualità, oltre che a rappresentare una opportunità di lavoro per tante persone del luogo.

A Kidane Mehret, spiega ancora suor Laura, ora lavorano circa duecento persone stipendiate, tutte etiopi. Le religiose sono soltanto sette, salesiane e Figlie del Cottolengo, affiancate come già accennato da alcuni Memores Domini (Giovanni Marchetti al progetto agricolo, Vittorio Ruggeri alla manutenzione e Cecilia Sironi alla scuola infermieri) e da personale sanitario locale. È una scelta precisa, maturata negli anni. «Il nostro obiettivo è renderci inutili», dice sorridendo. «Abbiamo costruito pensando ai prossimi cento o duecento anni e prepariamo medici, infermieri e tecnici del posto perché siano loro a portare avanti tutto questo quando noi non ci saremo più.»

Anche la decisione di restare, mentre molti stranieri lasciavano il Paese, nasce dalla stessa logica. «Qualche mese fa l’ambasciata italiana ha organizzato, giustamente, l’evacuazione degli italiani dal Paese perché la situazione stava peggiorando e si faceva sempre più instabile. Noi abbiamo risposto che ci prendevamo la responsabilità di restare. Se ce ne andassimo, che senso avrebbe essere missionari? Noi siamo lì per tenere acceso almeno un lumicino di speranza. Non riusciamo ad aiutare tutti, purtroppo, ma ogni vita salvata è una vita unica, irripetibile a questo mondo. E non è questione di eroismo, questo lo scriva, è per amore che restiamo».

«La missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino»

È la stessa convinzione che attraversa anche il suo modo di guardare alle persone. In una regione dove la tradizione ortodossa rappresenta il cuore dell’identità religiosa e dove risiede anche una numerosa comunità musulmana, questa missione cattolica è diventata negli anni un luogo di convivenza quotidiana.

«Andiamo molto d’accordo con tutti, ortodossi e musulmani. Quando morì san Giovanni Paolo II, i primi a venire a farci le condoglianze furono proprio loro. E tanti genitori musulmani continuano a chiedere di iscrivere i figli nelle nostre scuole. Noi diciamo sempre con chiarezza che questa è una scuola cattolica e che non costringeremo mai nessuno a pregare come noi; chiediamo soltanto rispetto reciproco. Poi succede una cosa bellissima: quando prepariamo il presepe vivente, se un bambino musulmano non riceve una parte, sono proprio i suoi genitori a protestare, lo dico in senso buono, perché ci tengono che anche i figli partecipino del nostro ideale educativo». Un episodio che racconta meglio di molti discorsi quale sia il metodo della missione.

«Non si evangelizza parlando. Si evangelizza vivendo. Intendiamoci: se una persona ha fame, prima le dai da mangiare. Se è malata, la curi. Se ha bisogno di essere lavata, la lavi. Se riesci, ascolti la sua storia. Noi non guardiamo se uno è cattolico, ortodosso o musulmano. Per noi chiunque accogliamo è una persona. È Cristo». Alla fine della conversazione, quando le si chiede che cosa abbia significato per lei una vita intera trascorsa in Africa, la risposta arriva semplice.

«L’esperienza missionaria è il dono più grande che Dio mi abbia fatto. Vorrei avere altre dieci vite per continuare a stare con questa gente. Qui io ho perso il diritto di lamentarmi. Per il solo fatto di essere nata in Italia avrò sempre una possibilità. Se volessi, potrei tornare alla mia terra d’origine quando voglio e lasciare alle spalle guerra e sofferenze. Un etiope, invece, deve restare qui. Ed è per questo che anch’io continuo a restare. Perché, credo, la missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino». In una terra dove la guerra continua a minacciare il futuro, la presenza di suor Laura, dei Memores e della sua comunità ricorda che la speranza non nasce dalle grandi strategie della politica, ma da qualcuno che sceglie ogni mattina di condividere la vita di chi gli è stato affidato.