sabato 15 agosto 2026

Assemblea Annuale della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Stati Uniti

 

Il Papa alle religiose: l'amore rimedio alla globalizzazione dell'indifferenza

In un videomessaggio all’Assemblea annuale della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Stati Uniti (Lcwr), Leone XIV ricorda che la Chiesa ha bisogno delle consacrate e dei consacrati perché con la loro vitalità e la testimonianza “di una vita incentrata su Gesù" possono “contribuire a risvegliare il mondo”. E ringrazia per i contributi duraturi “dei vostri Istituti nei campi della evangelizzazione, dell’educazione e della cura per i poveri e gli emarginati”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

La Chiesa ha bisogno delle religiose e dei religiosi e "di tutta la diversità e la ricchezza delle forme di consacrazione e di ministero” che essi rappresentano, perché con la loro vitalità e la testimonianza di "una vita incentrata su Gesù" possono contribuire a "risvegliare il mondo”. Così, insieme, si riuscirà “ad affrontare la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza con il rimedio dell’amore e della misericordia di Cristo”. Con queste parole, citando il suo discorso ai partecipanti al Giubileo della Vita Consacrata del 10 ottobre 2025, Papa Leone XIV, si rivolge oggi, 12 agosto, con un videomessaggio in inglese, alle religiose e ai religiosi riuniti ad Orlando per l’Assemblea Annuale della Conferenza delle Superiore Maggiori degli Stati Uniti (Lcwr-Leadership Conference of Women Religious) nel 70.mo anniversario della fondazione.

Molti carismi, uno spirito, una chiamata

Ricordando il tema dell’incontro, che si svolge dall’11 al 14 agosto, “Molti carismi, uno Spirito, una chiamata”, il Papa sottolinea di pregare perché, durante i lavori, “teniate presenti in modo particolare i carismi specifici che Dio ha affidato ai fondatori e alle fondatrici delle vostre rispettive comunità”. Ed esprime gratitudine “per i contributi duraturi dei vostri Istituti nei campi dell’evangelizzazione, dell’educazione e della cura per i poveri e gli emarginati, solo per citarne alcuni”. Sono carismi donati dallo Spirito, attraverso i quali, nel tempo, “le donne e gli uomini consacrati hanno aiutato a rendere la missione e il mistero della Chiesa visibile nel nostro mondo”.

Chiamati a diventare esperti in sinodalità

All’inizio del suo messaggio, Leone XIV cita il suo discorso di apertura del Concistoro straordinario del 26 giugno 2026, quando ricordava che tutti i cristiani “sono chiamati a essere costruttori della comunione di Cristo, che prende forma in una Chiesa sinodale nella quale ognuno coopera alla stessa missione secondo il proprio carisma e il proprio ministero”.

In modo speciale, i membri della vita religiosa sono chiamati a diventare esperti in sinodalità per via delle opportunità di praticarla offerte dalla vita in comunità, nonché per il modo stesso in cui le vostre Congregazioni sono organizzate.

In Assemblea le conversazioni nello Spirito

Così, dopo aver ribadito quanto affermato al Giubileo della Vita Consacrata, il Pontefice si dice lieto di apprendere “che le procedure dell’Assemblea includeranno un metodo sinodale di ascolto, confronto e discernimento, con l’apertura e la disponibilità a comprendere ciò che gli altri stanno dicendo”. Il programma prevede infatti, più conversazioni nello Spirito. E Papa Leone spera che, “attraverso questo formato di dialogo fraterno e ricettivo, possiate discernere ciò che lo Spirito Santo sta dicendo sul presente e sul futuro della vita consacrata nelle nazioni nelle quali servite”.

Trasmettete ai giovani la gioia di rispondere alla chiamata

Nell’ultima parte del suo videomessaggio, il Papa ribadisce l’importanza del lavoro per favorire le vocazioni religiose, e ricorda che, “come molti di noi hanno sperimentato di persona”, la chiamata di Cristo a seguirlo, “attraverso voti di povertà, castità e obbedienza, porta gioia, pace e realizzazione”. Torna così sulle parole pronunciate alla Veglia di preghiera del 9 giugno a Barcellona, quando ha osservato che “numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio”. E chiede a religiose e religiosi, nei loro incontri con i giovani, di “cercare i modi per far conoscere loro il vostro modo di vivere e aiutateli ad ascoltare la voce del Signore”.

Esortateli ad avere coraggio nel rispondere a Gesù, che non può essere superato in generosità, di modo che anche loro possano condividere la gioia che nasce dal seguire la sua chiamata.

Il messaggio di suor Brambilla e le prime relazioni in programma

Leone XIV conclude, prima della benedizione, affidando i lavori dell’assemblea alla protezione materna di Maria. Dopo il messaggio papale, viene letto quello della prefetta del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, suor Simona Brambilla. Successivamente è prevista la relazione di suor Nathalie Becquart, sottosegretario del Sinodo dei vescovi, su “Sinodalità e vita religiosa consacrata” seguita da quella di suor Vicky Larson, presidente della Lcwr, su “Armonia per una nuova era: ascoltare i molteplici carismi, un solo Spirito, una sola chiamata”.

Professione perpetua di suor Maria Selena della Luce di Cristo


 

lunedì 10 agosto 2026

Lievito di città

 di Alessandro Dehò (Avvenire)

L'incontro con le Clarisse di Sarzana rivela il valore essenziale dei monasteri: cuori nascosti di preghiera che, senza "servire" a nulla, ricordano il senso profondo della vita.




Le indicazioni dell’amica erano chiarissime. Sono riuscito a perdermi lo stesso. Non un vero e proprio smarrimento, ma ho imboccato un senso unico tra le splendide colline di Sarzana che mi ha costretto a ritornare sui miei passi. Movimento di rientro. Ricalcolare il tragitto. Riassettare le attese. Di solito vengo a Sarzana per la stagione di prosa al teatro degli Impavidi. Oppure a qualche concerto. Impossibile perdersi, si trova sempre ciò che si cerca. Stavolta no. Mi hanno invitato le Clarisse, suore di clausura, per conoscermi.
Non sono io a cercare, per fortuna. Già mi sembra un dono. Rientro sul percorso e imbocco finalmente via Paradiso, sì, si chiama proprio così. Arrivo e l’accoglienza è sorprendente. Non sapevo se aspettarmi le grate, mi trovo in giardino, con loro, sedie attorno a un tavolo, un improvviso e costante vento freschissimo, acqua, sciroppo al limone e una cordialità che annulla l’imbarazzo, sembra di conoscersi da tanto, da sempre. Impressione rara. Aprirsi, confidarsi, toccare tantissimi argomenti, viene facile, spontaneo.
E poi ridono, tanto, queste cinque suore, sono belle. Libere. Spiritose. Abitate dallo Spirito. Mi fermerò un’oretta, pensavo. Quando guardo l’orologio credevo in un errore, ne erano passate quasi quattro. Come se il tempo, lì, avesse più fretta di scivolare nell’Eterno. Scandisse l’urgenza di tornare a casa. “Noi come hai visto siamo sorelle semplici e poverelle”, così mi scrive madre Tiziana il giorno dopo, e mi sembra la definizione perfetta per descrivere questo cuore nascosto, questo lievito palpitante e segreto, immerso nel cuore di una città splendida come Sarzana. L’impressione, dopo averle incontrate, è che se non ci fossero loro a scandire un respiro segreto e Alto la città morirebbe. E non lo dico con enfasi o retorica, è davvero l’impressione ricevuta.


Mi sembra che per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi crede di non credere, per tutti, loro siano essenziali. Riportano all’essenza. Profumano. Sono convinto che le nostre città possano ambire a una certa altezza perché sostenute da queste presenze semplici e in-utili. Cioè libere dall’ansia di dover giustificare concretamente il loro esserci nel mondo. Luoghi dove la sfida quotidiana è saper vivere le gioie e le asprezze della fraternità. Dove combattere la buona battaglia per non cedere alle lusinghe della complessità. E stare nella povertà, con cuore grato.
Stare con le sorelle mi smuove nel cuore una richiesta che non faccio mai. Per pudore, per timidezza, mai. Chiedo se piacerebbe loro che io tornassi, magari per pregare insieme. Le parole che scandisco stupiscono prima di tutto me. Eppure sono naturali, dicono di una nostalgia di un luogo fraterno, semplice e povero dove sentirsi Suoi. Io sono sempre più convinto che, come Chiesa istituzione, dovremmo riuscire non solo a stare al passo con le richieste del mondo, non solo rispondere con servizi di carità all’altezza ed efficienti, non solo garantire presidi parrocchiali funzionali e attivi, ma dovremmo urgentemente cercare il modo per non smarrire tutti questi tesori nascosti. Difendere questi presidi in-utili e quindi essenziali secondo la logica del Vangelo. E immaginare nuove modalità per garantire che ogni città abbia un cuore pulsante di preghiera. Uno spazio di Silenzio abitato. Di liturgia scandita con passione e fedeltà. Uno spazio nascosto, segreto.
Senza funzioni che ne giustifichino per forza l’esistenza. Non devono servire a niente, non devono fornire servizi, niente di niente, solo esistere. Questo sarebbe il loro vero servizio. Non luoghi abitati da professionisti dell’accompagnamento spirituale, non da studiosi, deve essere qualcosa ignorato dalla maggior parte della gente. In questo tempo di città smart, funzionali, a misura d’uomo, la sua anima paradossale ed evangelica deve tornare a essere la dismisura della disfunzionalità rispetto ai paradigmi del tempo.
Quando ero giovane, in parrocchia, spesso si sentiva dire che “avevano senso” i missionari ma non le suore di clausura, perché queste ultime non servivano a niente. Io mi arrabbiavo e snocciolavo le prove della loro utilità. Del loro essere nel mondo in altro modo. Del loro essere più attive e informate e dentro la realtà di quanto i miei amici credessero. Avevano ragione loro. Non servono a niente. Non servono a nessuno. Perché basta vederle sorridere e si capisce che ci ricordano che il senso profondo della vita è altro, è appartenere a Qualcuno.

sabato 8 agosto 2026

Consacrate in rete: quando l’unione si fa cura di ogni vita

 

Il Dicastero in Tanzania: formazione condivisa, nuove responsabilità, presenza nelle periferie e servizio senza distinzioni

Consacrate di istituti e paesi diversi che si formano insieme; giovani religiose che si preparano ad assumere nuove responsabilità; comunità accanto a donne, giovani e bambini nelle periferie; un servizio rivolto a cristiani e musulmani senza distinzioni. È la realtà che il Dicastero ha conosciuto da vicino durante il viaggio in Tanzania, compiuto per partecipare all’incontro della Catholic Sisters Initiative, promosso dalla Conrad N. Hilton Foundation, e visitare alcune delle iniziative che la fondazione sostiene in Africa.

Dall’8 al 12 giugno 2026 il Dicastero, rappresentato da P. Aitor Jiménez Echave, C.M.F., Sottosegretario, e da Daniela Leggio, Capo dell’Ufficio per la Promozione e la Formazione, ha preso parte alle giornate dedicate a far conoscere programmi di formazione delle religiose e di vicinanza alle persone più fragili, insieme a esperienze di collaborazione tra congregazioni. Il tema scelto per le giornate era: «Camminare insieme nella solidarietà e nella speranza: rafforzare le comunità e promuovere un impatto condiviso per il bene comune».

Le giornate dell’8 e 9 giugno sono state dedicate alle visite a Bigwa, nella regione di Morogoro, e a Tandale, a Dar es Salaam. Dal 10 al 12 giugno la delegazione ha partecipato all’incontro internazionale insieme a oltre 130 religiose provenienti da 23 Paesi, responsabili ecclesiali, studiosi, partner dei programmi e collaboratori laici.

«Ascolto profondo» per lavorare insieme

Nel messaggio di benvenuto, Sr. Jane Wakahiu, LSOSF, Vicepresidente associata per le operazioni dei programmi e responsabile della Catholic Sisters Initiative, ha invitato all’ascolto e all’apertura. Ha parlato di «dialogo intenzionale», di «ascolto profondo» e della necessità di condividere modelli di collaborazione capaci di sostenere le comunità e di rispondere a bisogni in continuo cambiamento.

Tra gli ospiti giunti da Roma, l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione; Sr. Alessandra Smerilli, F.M.A., Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; mons. Luis Manuel Ali Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori; e Nataša Govekar, Direttrice teologico-pastorale del Dicastero per la Comunicazione. Erano presenti anche P. Hans Zollner, S.I., direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, e Lavinia Rocchi Carrera, Segretaria generale dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, con l’esperienza dell’Osservatorio Mondiale delle Donne.

La Chiesa tanzaniana ha partecipato attraverso i propri pastori e organismi. L’arcivescovo Jude Thaddaeus Ruwa’ichi di Dar es Salaam ha presieduto la celebrazione di apertura; il Nunzio apostolico, l’arcivescovo Angelo Accattino, quella conclusiva.

Oltre le norme, una cultura della tutela

Il 12 giugno P. Aitor Jiménez Echave è intervenuto nella tavola rotonda intitolata «Oltre il semplice rispetto delle norme: promuovere una cultura della tutela per tutti».

Il confronto ha riguardato le responsabilità condivise nella protezione delle persone e l’integrazione della tutela nei programmi formativi, nei luoghi di lavoro e nelle opere ecclesiali. La tutela è stata presentata non come un adempimento isolato, ma come una cura che riguarda le comunità, i ministeri e quanti vi prestano servizio.

Alla tavola rotonda hanno partecipato anche l’arcivescovo Nwachukwu, mons. Ali Herrera, P. Zollner e religiose impegnate in ambito giuridico e teologico. La dignità umana, l’ascolto di chi ha subito abusi e la costruzione di ambienti sicuri hanno costituito il terreno comune del dialogo.

A Bigwa, studiare per servire

Prima dell’incontro di Dar es Salaam, la delegazione ha raggiunto Bigwa. Alla Bigwa Sisters Secondary School e al Bigwa Holistic Formation Centre, più comunità operano insieme per offrire percorsi che vanno dalla scuola secondaria agli studi universitari e alla preparazione delle religiose chiamate a incarichi di formazione e di governo.

Attraverso i programmi Higher Education for Sisters in Africa — HESA e Sisters Leadership Development Initiative — SLDI, consacrate di congregazioni diverse possono proseguire gli studi e prepararsi al servizio nei propri istituti. Le studentesse di HESA hanno parlato dell’università come di una responsabilità verso le congregazioni, la Chiesa, le comunità e i Paesi di provenienza. Accanto allo studio, partecipano alla catechesi, alla vita liturgica e alle attività rivolte alla popolazione locale.

Una giovane del distretto di Kilosa ha raccontato che l’aiuto ricevuto a Bigwa e una borsa di studio di ASEC le hanno consentito di arrivare alla Saint Augustine University di Mwanza, dove studia Scienze dell’educazione. Desidera diventare insegnante, sostenere le ragazze delle famiglie povere ed essere «voce per chi non ha voce». «Dopo aver ricevuto questa opportunità di crescita, ha raccontato, sono certa che potrò aiutare altre persone a loro volta a crescere».

A Tandale, le immagini diventano una lingua comune

Il giorno successivo la delegazione ha visitato il Centro Salome, presso la chiesa cattolica di Tandale. Qui le religiose conducono la Sisters Led Youth Initiative — SLYI, rivolta ai giovani in condizioni di svantaggio e vulnerabilità, e il programma SCORE ECD, dedicato allo sviluppo della prima infanzia.

I percorsi coinvolgono giovani, madri e bambini. Vi partecipano donne cristiane e musulmane, accolte senza differenze di appartenenza religiosa.

Alcune di loro non hanno avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Le immagini diventano allora uno strumento essenziale per parlare di salute, alimentazione, crescita e cura dei bambini. La formazione si misura con la vita delle persone, con le loro possibilità reali e con i linguaggi che consentono a ciascuna di partecipare.

A Bigwa lo studio prepara ad assumere nuove responsabilità. A Tandale ciò che si apprende raggiunge le famiglie e le persone più fragili. In entrambi i luoghi, congregazioni diverse lavorano nella stessa direzione.

Dietro le opere, un lavoro discreto

Nella tavola rotonda dedicata alla «testimonianza profetica e compassionevole in azione», Daniela Leggio ha presentato alle consacrate riunite a Dar es Salaam il servizio del Dicastero.

Dietro una comunità di suore che gestisce una scuola in una zona rurale; dietro religiose accanto a persone costrette dalla guerra a lasciare la propria terra; dietro giovani consacrati che cercano una formazione adeguata nonostante le poche risorse; dietro comunità nelle quali età, culture e sensibilità diverse imparano a vivere relazioni fondate sul Vangelo, c’è il lavoro, spesso discreto e poco conosciuto, del Dicastero, che accompagna questa pluralità di vocazioni, carismi e missioni.

Il Dicastero è chiamato a «promuovere, animare e regolare» le diverse forme di consacrazione, a sostenere la formazione e il discernimento, ad aiutare le comunità a rinnovarsi, a custodire relazioni sane e a tutelare ogni persona.

È un lavoro fatto di ascolto, studio, dialogo, visite, atti giuridici e discernimento. Si confronta anche con le situazioni più fragili: istituti segnati dalla diminuzione dei membri, difficoltà di governo, tensioni interne, abusi o processi di rinnovamento che richiedono tempo e accompagnamento. In questi casi, il Dicastero cerca insieme agli istituti percorsi capaci di unire realismo e speranza, proprio come avviene a Bigwa e a Tandale.

Camminare insieme

«Grazie per camminare con noi in questo percorso di educazione, formazione e servizio», hanno detto le studentesse di HESA.

Al loro grazie, il Dicastero risponde con la propria riconoscenza verso la Tanzania Catholic Association of Sisters, la Conrad N. Hilton Foundation, i responsabili dei programmi e le comunità che hanno accolto la delegazione. La loro collaborazione sostiene quel servizio «in uscita» che permette al Dicastero di raggiungere i luoghi in cui consacrate e consacrati vivono e operano.