giovedì 20 marzo 2025

20 marzo Giornata Internazionale della Felicità

 

Papa Francesco

 e la via della vera felicità

Oggi, 20 marzo, si celebra la Giornata mondiale della felicità. In questa ricorrenza vi proponiamo una sorta di decalogo della gioia, tratto dal magistero di Papa Francesco

Sergio Centofanti – Città del Vaticano

“La ricerca della felicità - afferma Papa Francesco - è comune a tutte le persone di tutti i tempi e di tutte le età” perché Dio stesso ha posto “nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un desiderio irreprimibile di felicità” e “di pienezza”. I nostri “cuori sono inquieti e in continua ricerca di un bene che possa saziare la loro sete d’infinito” (Messaggio Gmg 2015), invisibile nostalgia di Colui che ci ha creati ed è Lui stesso amore, gioia, pace, bellezza, verità. Raccogliamo in dieci punti le riflessioni di Papa Francesco sul tema della felicità.

1. L’inizio della gioia è cominciare ad essere attenti agli altri

Il cammino della felicità comincia controcorrente: occorre passare dall’egoismo al pensare agli altri. Essere tristi – dicevano i padri del deserto – è quasi sempre pensare a sé stessi. Così - osserva Francesco - “quando la vita interiore si chiude nei propri interessi” e “non vi è più spazio per gli altri”, non si gode più “della dolce gioia” dell’amore. Infatti “non si può essere felici da soli”. Il Papa invita a riscoprire la generosità, perché “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7). Bisogna vincere la tentazione di chiudersi in sé stessi, di isolarsi, credendosi autosufficienti, perché siamo tutti bisognosi di fraternità. La vita acquista senso “nel cercare il bene del prossimo”, desiderando la felicità degli altri: “Se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita” (Evangelii gaudium, 182).

2. Cacciare la malinconia 

Francesco ama citare un passo del Siracide: «Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). “Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra, benché siano chiamati alla pienezza eterna, perché Egli ha creato tutte le cose” perché “tutti possano goderne”. “Il cristianesimo - ricorda il Papa - non consiste in una serie di divieti che soffocano i nostri desideri di felicità, ma in un progetto di vita capace di affascinare i nostri cuori” (Messaggio Gmg 2015). Il cristiano, dunque, caccia la tentazione maligna della malinconia e della tristezza. Dio “ci vuole positivi”, semplici nel gioire delle piccole cose di tutti i giorni e non prigionieri “di infinite complicazioni” e pensieri negativi. Il Papa ricorda un detto famoso: la vera santità è gioia, perché “un santo triste è un tristo santo”.


3. Non il potere, il successo o il denaro, ma l’amore dà gioia

“La felicità non è una cosa che si compra al supermercato - sottolinea Francesco - la felicità viene solo nell’amare e nel lasciarsi amare” (Parole al pellegrinaggio Macerata-Loreto, 9 giugno 2018). “Quando cerchiamo il successo, il piacere, l’avere in modo egoistico e ne facciamo degli idoli, possiamo anche provare momenti di ebbrezza, un falso senso di appagamento; ma alla fine diventiamo schiavi, non siamo mai soddisfatti, siamo spinti a cercare sempre di più” (Messaggio Gmg 2014). “La gioia non è l’ebbrezza di un momento: è un’altra cosa! La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere, no! Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare; e questo non per l’interesse di un momento, ma perché l’altro, l’altra è una persona. La gioia nasce dalla gratuità di un incontro” (Discorso ai seminaristi, 6 luglio 2013). Non ciò che è effimero dà la felicità, ma solo l’amore sazia la sete d’infinito che è in noi.


4. Avere il senso dell’umorismo

Il cammino della gioia - afferma Papa Francesco - è fatto anche di senso dell’umorismo: saper ridere delle cose, degli altri e di sé stessi è profondamente umano, è un atteggiamento “vicino alla grazia. E’ quel relativismo buono, il relativismo della gioia” che “nasce dallo Spirito Santo”. “Senza perdere il realismo” si diventa capaci di illuminare gli altri “con uno spirito positivo e ricco di speranza”. Importanza particolare riveste l’autoironia per vincere la tentazione del narcisismo: i narcisisti – dice il Papa – “si guardano allo specchio, si pettinano”. E dà questo consiglio: quando vi guardate nello specchio “ridete di voi stessi. Vi farà bene” (Discorso agli studenti dei Collegi ecclesiastici, 16 marzo 2018). Un po’ quello che diceva Benedetto XVI citando Chesterton: “​Sapete perché gli angeli volano? Perché si prendono alla leggera”. E Papa Ratzinger aggiungeva: “Perché non si prendono troppo sul serio” e “noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”.

5. Saper ringraziare

Gioia è anche riuscire a vedere i doni che si ricevono ogni giorno. E’ lo stupore per la bellezza della vita e delle cose grandi e piccole che riempiono le nostre giornate. Papa Francesco indica l’esempio di san Francesco d’Assisi, che era “capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto” (Gaudete et exsultate, 127). “A volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio (Gaudete et exsultate, 126)”. Vivere con gioia, invece, è la “capacità di gustare l’essenziale” con sobrietà e di condividere quello che si ha, rinnovando “ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace” (Angelus, 29 gennaio 2017). Un cuore che sa vedere il bene, sa ringraziare e lodare, è un cuore che sa gioire.

6. Saper perdonare e chiedere perdono

In un cuore pieno di rabbie e rancori non c’è posto per la felicità. Chi non perdona fa male anzitutto a se stesso. L’odio genera tristezza. Francesco parla della gioia di chi perdona gli altri e sa chiedere perdono. La radice di questa gioia è nel comprendere di essere perdonati da Dio. Il Papa cita il profeta Sofonìa: “Gioisci, rallegrati, grida di gioia perché il Signore ha revocato la tua condanna” (Cfr. Sof 3-14-15), cioè “ti ha perdonato, non sei colpevole, ha dimenticato” le tue colpe. Purtroppo - osserva Francesco - a volte “non siamo coscienti del perdono” di Dio e questo si vede dai volti tristi. Ricorda quanto diceva un filosofo: “I cristiani dicono di avere un Redentore; io ci crederò, crederò nel Redentore quando loro avranno la faccia di redenti, gioiosi per essere redenti” (Messa a Santa Marta, 21 dicembre 2017). Ecco, dunque, cosa fa il perdono: “Allarga il cuore, genera condivisione, dona serenità e pace” (Angelus, 26 dicembre 2018).

7. La gioia dell’impegno e del riposo

Il Papa invita a sperimentare la gioia di lavorare con gli altri e per gli altri per costruire un mondo più giusto e fraterno. Significa vivere le fatiche di tutti i giorni nello spirito delle Beatitudini: questa è la “via della vera felicità” che Gesù ha indicato. Si tratta di “una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto” al “pensiero dominante” (Messaggio Gmg 2014). Sono felici “i semplici, gli umili che fanno posto a Dio, che sanno piangere per gli altri e per i propri sbagli, restano miti, lottano per la giustizia, sono misericordiosi verso tutti, custodiscono la purezza del cuore, operano sempre per la pace e rimangono nella gioia, non odiano e, anche quando soffrono, rispondono al male con il bene” (Angelus, 1 novembre 2017). Le Beatitudini “non richiedono gesti eclatanti”, non sono comportamenti e virtù per eroi, ma uno stile di vita per quanti si riconoscono bisognosi di Dio. Sono vissute da persone semplici che “respirano come tutti l’aria inquinata dal male che c’è nel mondo, ma nel cammino non perdono mai di vista il tracciato di Gesù”: stanno sempre con Lui nella fatica e sanno riposare con Lui per riprendere con gioia il cammino.

8. Preghiera e fraternità

Il cammino verso la gioia è reso difficoltoso dalle prove e dai fallimenti della vita che inducono allo scoraggiamento. Il Papa offre due indicazioni per non perdere la speranza e non mollare: perseverare nella preghiera e non camminare mai da soli. “Possiamo essere certi - afferma Francesco - che Dio risponderà” alla nostra preghiera, anche se a volte è arida. “Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà” (Udienza generale, 9 gennaio 2019). “La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”. Seconda indicazione: sempre c’è qualcuno nella vita “che ci dà una mano per aiutarci ad alzarci” perché “il Signore ci salva rendendoci parte di un popolo”. Il Papa mette in guardia dalla tentazione dell’individualismo: “Non permettete che il mondo vi faccia credere che è meglio camminare da soli. Da soli non si arriva mai. Sì, potrai arrivare ad avere un successo nella vita, ma senza amore, senza compagni, senza appartenenza a un popolo, senza quell’esperienza tanto bella che è rischiare insieme. Non si può camminare da soli” (Incontro con i giovani a Vilnius, 22 settembre 2018).

9. Abbandonarsi nelle mani di Dio

Nella vita c’è il tempo della croce, ci sono i momenti bui che ci fanno sentire abbandonati da Dio e in questo silenzio di Dio occorre più che mai abbandonarsi nelle sue mani. Allora - osserva Francesco - si scende al “primo scalino della gioia” che è la pace, quella pace profonda che viene dall’affidarsi completamente a Dio. E’ una “gioia soprannaturale” che niente può distruggere e “si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza” che “le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie” perché “grande è la sua fedeltà”, come dice Gesù: “La vostra tristezza si cambierà in gioia” e “nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. “La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli” (Evangelii gaudium, 237).

10. Sapere di essere amati

La vera gioia – afferma il Papa – nasce dall’incontro con Gesù, dal credere che Lui ci ha amato fino a dare la vita per noi. La gioia è sapere di essere amati da Dio che è Padre. La vera gioia non è frutto dei nostri sforzi ma dello Spirito Santo che ci chiede solo di aprire i cuori per riempirli di felicità. “Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Gaudete et exsultate, 122)”. La gioia è dunque sentirsi dire da Dio: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Da qui nasce la gioia, dal momento in cui Gesù mi ha guardato: “Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi non siamo numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama” (Discorso ai seminaristi, 6 luglio 2013). I santi - osserva Francesco - non sono superuomini, ma sono quanti “hanno scoperto il segreto della felicità autentica, che dimora in fondo all’anima ed ha la sua sorgente nell’amore di Dio” (Messa a Malmö, 1 novembre 2016). “La felicità non sta nell’avere qualcosa o nel diventare qualcuno, no, la felicità vera è stare col Signore e vivere per amore” (Angelus, 1 novembre 2017), perché “siamo nati per non morire mai più, siamo nati per godere la felicità di Dio!” (Angelus, 1 novembre 2018).

Intervista a suor Pat Murray

 

Suor Pat Murray:

«La fragilità di papa Francesco è anche la sua forza»

 

Il 14 marzo 2025 è stata pubblicata su Famiglia Cristiana questa intervista con Suor Pat Murray, segretaria esecutiva dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG). Di seguito riportiamo il testo completo, in cui Suor Pat riflette sulla figura di Papa Francesco e sulla risposta delle religiose alle sue sfide evangeliche.

 

 


 

La religiosa guida oltre seicentomila religiose nel mondo che si uniscono nella preghiera per il Pontefice, riconoscendone l’umiltà e la forza evangelica. A maggio, l’assemblea dell'UISG (Unione internazionale superiore generali) affronterà le sfide globali della vita consacrata.

 

Dietro di lei ci sono 1.900 superiore generali, le leader delle congregazioni religiose femminili che contano oltre 600.000 donne in tutto il mondo. Suor Patricia Murray, dell’Istituto Beata Vergine Maria (più note come “suore di Loreto”), è irlandese, ha 77 anni ed è la segretaria esecutiva dell'Unione internazionale delle superiore generali (Uisg). Oggi, dice, tutto questo esercito di religiose è in preghiera per papa Francesco: «In questo momento gli siamo vicine, soffriamo con lui. E preghiamo che senta l’amore e l’accompagnamento delle sorelle del mondo. Sì, in tutto il mondo, noi religiose stiamo pregando per e con lui, per qualsiasi cosa Dio abbia in serbo».

 

Che cosa rappresenta papa Francesco per una religiosa che, come lei, è stata chiamata ad assumere anche responsabilità in Vaticano, consulente del Dicastero per la cultura e l’educazione e poi membro del gruppo che ha elaborato il documento di sintesi di un’assemblea sinodale (prima donna nella storia della Chiesa)?

 

«Francesco è una presenza incredibile per la Chiesa e per il mondo. Un uomo umile, ma anche forte nel proclamare il messaggio evangelico nella sua interezza, nel riconoscere i fallimenti della Chiesa, nel chiamare tutti noi alla conversione e al cambiamento. Ammiro la sua onestà nell’ammettere la propria debolezza e fragilità, la sua umanità. E il modo in cui si rivolge a coloro che sono particolarmente feriti e ai margini della vita. Ho in mente tante immagini del Papa che abbraccia qualcuno che è rimasto ferito, che ha un peso sul cuore. Un episodio mi ha molto colpito: quel bambino che, durante una visita in una parrocchia (a Corviale, Roma, nel 2018, ndr.) gli ha chiesto se suo padre, che non era un cattolico praticante ed era morto, fosse andato in Paradiso. “Quel papà non aveva il dono della fede ma ha fatto battezzare i suoi figli, questo a Dio è piaciuto tanto. Voi cosa pensate?”, rispose Francesco, facendo una sorta di catechismo, rilanciando la domanda di quel ragazzino agli altri bambini. “Come può un uomo che ha cresciuto suo figlio così buono non essere in cielo?”. È la sua capacità di far vivere il Vangelo in un contesto molto umano, ordinario, che mi tocca molto».

 

Papa Francesco è un gesuita, dunque – per così dire – un vostro “collega”. Qual è il suo messaggio a voi religiosi e religiose?

 

«Ci ha detto di svegliare il mondo, andare per le strade, essere vicini alla gente e soddisfare le attese e i bisogni delle persone. Come religiose ci ha chiesto di “lasciare i nostri nidi”; “uscire da quella porta e incontrare la gente”; “uscire per le strade”; “andare alle frontiere”; “lasciare il centro e viaggiare verso le periferie”; “raggiungere le frange dell’umanità”. Ci ha detto che siamo in un cammino di trasformazione. È una trasformazione personale, ma anche una trasformazione della società. A livello personale, questo Papa ci chiama al nostro io più vero, migliore e profondo. Ma anche, come Chiesa, ci sta chiamando a convertirci, in modo da essere davvero la luce che brilla nel mondo, il lievito nella pasta. È una costante chiamata alla conversione. Nella sua voce fragile, nel messaggio che ha dato alla piazza in preghiera nei giorni scorsi, abbiamo sentito la sua debolezza, ma conosciamo anche la sua forza, la forza della fede, il suo coraggio, il suo amore per la Chiesa. E anche la sua profonda vita spirituale».

 

Qual è stata in questi anni la risposta delle religiose all’appello del Papa?

 

«Insieme ad altre donne e uomini stiamo costruendo reti di solidarietà e sviluppando progetti pratici per affrontare il traffico di esseri umani, per accogliere i migranti e i rifugiati e per affrontare il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente, raggiungendo in molteplici modi coloro che cercano aiuto di qualsiasi tipo. La cura del pianeta e dei poveri è al centro della nostra missione e dei nostri ministeri, perché la “pienezza di vita” è al centro della vita evangelica. Le religiose sono presenti anche in diversi ministeri istituzionali - scuole, ospedali, cliniche, strutture per anziani, carceri - e prestano servizio anche nei ministeri parrocchiali e diocesani, nei centri di ritiro e, più recentemente, nei Dicasteri vaticani, nelle Commissioni e nei Consigli vaticani. Le congregazioni di religiose hanno generalmente un ministero specifico per rispondere ai bisogni delle donne e dei bambini e per essere particolarmente vicine a coloro che sono ai margini della vita, a coloro che sono dimenticati, abbandonati e abusati».

 

Il prossimo maggio la Uisg ha in programma l’assemblea generale. Che cosa tratterete?

 

«Il tema dell’assemblea, che si svolgerà dal 5 al 9 maggio, è “Vita consacrata: Una speranza che trasforma”. Si prevede la partecipazione di circa 900 persone, è un momento importante sia per la vita consacrata che per la vita della Chiesa. Durante l’assemblea ci concentreremo sul bisogno di speranza nelle tante situazioni difficili che dobbiamo affrontare nel mondo di oggi. Inoltre, attingeremo all’intuizione e all’esperienza di sorelle che vivono e lavorano in contesti diversi per nutrire e sviluppare ricche risorse spirituali per sostenere noi stesse e gli altri. L’Uisg ha un vasto programma di formazione online sulla leadership sinodale, l’interculturalità, la cura e la salvaguardia, il diritto canonico, il team building, lo sviluppo personale e molti altri argomenti. L’Uisg ha progetti significativi incentrati sulla lotta alla tratta di esseri umani (Talitha Kum), sulla cura del creato (Sowing Hope for the Planet), sulla cura e la salvaguardia dei bambini (Catholic Care for Children International) e sulle migrazioni (Lampedusa e International Migration Network). Ogni progetto è integrato dallo sviluppo della capacità di fare advocacy».

domenica 9 marzo 2025

Da Vatican News

 

India, la penna di una suora per difendere donne umiliate e abusate

Storie di diritti violati. La paolina Lissy Maruthanakuzhy con la sua scrittura sostiene l’emancipazione e la promozione sociale di tutte coloro che ancora nel Paese vivono la sottomissione di padri e mariti: “Sui mass media amplifico l’amore di Cristo”
Paolo Affatato – Città del Vaticano

La paolina suor Lissy Maruthanakuzhy

C’è stata la tragica storia di una donna nello stato indiano di Kerala a scuotere la vita di suor Lissy Maruthanakuzhy, 67 anni, delle Figlie di San Paolo, da cinquanta impegnata ad annunciare il Vangelo soprattutto, ma non solo, con il servizio di apostolato nei mass media. «Nel febbraio scorso abbiamo celebrato in comunità il Giubileo della vita consacrata con preghiere, riflessioni, condivisione fraterna, doni reciproci, in un’atmosfera di entusiasmo e gratitudine», racconta ai media vaticani: «Mentre gioivo di essere una donna consacrata, una vocina diceva dentro di me: che dire delle donne impegnate nei lavori più umili, di quelle abusate, che lottano per la sopravvivenza o per un briciolo di riconoscimento e dignità?». Nei momenti in cui si vivono le contraddizioni di una vita che può sembrare confortevole, riemerge il bisogno di autenticità della vocazione: «Come suora paolina, ho imparato dal beato Giacomo Alberione che la penna è più potente della spada: il mio desiderio immediato è stato continuare a scrivere, portare alla luce le loro storie, ma anche sostenerle nell’emancipazione e nella promozione sociale».

Una tradizione che sottomette la donna

Così suor Lissy rinnova ogni giorno la sua vocazione di donna che ha scelto di dedicare la vita a Dio e al prossimo in una nazione come l’India dove — anche se la Costituzione riconosce l’uguaglianza, parità di diritti e opportunità — la cultura tradizionale considera la donna sottomessa all’uomo, prima sotto il controllo del padre e poi, una volta data in sposa, sotto quello del marito. La religiosa racconta l’evento che di recente ha scosso lei e, rileva l’agenzia Fides, l’intera Chiesa cattolica in Kerala. Una donna di 43 anni, infermiera, si è suicidata gettandosi sotto un treno in corsa con le due figlie di 10 e 11 anni. «Era stata respinta dal marito, nessuno dei parenti poteva sostenerla e anche la comunità cattolica, evidentemente, non ha fatto abbastanza per aiutarla. Era disperata», dice commossa. «Mi sento chiamata a coinvolgermi in queste situazioni, a cercare di essere un seme di speranza per evitare simili tragedie», osserva richiamando il senso del Giubileo. «Mi interpella, ora, la situazione di due giovani donne con bambini, che vivono a Goa, nel mio quartiere, abbandonate dai loro mariti, sole, vulnerabili, in stato di povertà e prostrazione. Nell’Anno santo, insieme alle mie consorelle, spero di riuscire a trovare mezzi e strade per restituire loro un pizzico di fiducia nel futuro».

Scrivere per trasmettere agli altri

Suor Lissy si ispira alla preghiera che accompagna le paoline verso il prossimo Capitolo generale, che recita: «Signore, illumina i nostri occhi per vedere oltre le nostre fatiche. Amplifica le nostre voci per gridare speranza al nostro mondo ferito. Modella le nostre mani e i nostri piedi per dare un corpo al tuo sogno di felicità per tutta l'umanità». Tale slancio suor Lissy lo ha trovato nel cuore fin da ragazza. Nata in una famiglia cattolica, ha ricevuto un’educazione religiosa e un esempio di fede: «I genitori e i nonni si alzavano presto e pregavano alle 4 del mattino prima di partire per il lavoro nei campi. Ci accompagnavano alla messa del sabato. A casa, al suono della campana della chiesa, alle 7, ci inginocchiavamo insieme e il nonno iniziava le preghiere serali. In tale atmosfera, in casa, la mia fede cresceva». Inoltre «nella scuola di Kottayam, in Kerala, uno dei nostri insegnanti diceva che scrivere è un modo per trasmettere un messaggio agli altri. Ci diede il compito di scrivere una storia in classe. Lì ho scoperto la mia passione e ho capito cosa avrei voluto fare nella vita».

La paolina suor Lissy Maruthanakuzhy

Scrittura e missione

La religiosa ricorda una rivista della diocesi chiamata “Kunjumissionary” (Il piccolo missionario) che «pubblicava regolarmente storie di missionari», preziose fonti di ispirazione. Pochi anni dopo, incuriosita, Lissy partecipa a un’iniziativa delle Figlie di San Paolo chiamata Vieni e vedi. «Qui — sottolinea — ho conosciuto il beato Giacomo Alberione e appreso che anch’egli aveva utilizzato la scrittura e la carta stampata per annunciare il Vangelo. Ne sono rimasta affascinata». A 17 anni si unisce alle paoline e così coniuga scrittura e missione. La scrittura non è un mezzo per raggiungere il successo bensì «una via feconda di annuncio dell’amore di Dio», rimarca. Oggi «sono grata di poter scrivere per agenzie come South Asian Religious News Agency, United Catholic Asia News o per il sito web Mattersindia di New Delhi, che traccia il volto della comunità cattolica indiana». Inoltre, «grazie al portale americano Global Sisters Report, posso diffondere in tutto il mondo le storie di speranza o le necessità delle donne». Nuove sfide, nel frattempo, si stagliano all’orizzonte: «I social media possono “dare ali e piedi al Vangelo”, come afferma suor Tecla Merlo, nostra prima madre generale. E un canale televisivo cattolico mi offre l’opportunità di intervenire in programmi tv». Dalla parola scritta al video, il fine ultimo di suor Lissy è sempre donare l’amore di Cristo a chi non lo conosce.