mercoledì 8 luglio 2026

Kidane Mehret in Tigray

La missione è il più grande dono che Dio mi ha fatto

Nel Tigray, Etiopia, suor Laura Girotto è l’anima dell’opera Kidane Mehret, che conduce insieme ad altre religiose e alcuni Memores Domini. Scuola, ospedale e progetto agricolo, è un porto sicuro per migliaia di persone a cui la guerra ha tolto tutto

Maria Acqua Simi


Suor Laura Girotto, anima dell’opera missionaria Kidane Mehret in Tigray

La prima cosa che suor Laura Girotto racconta del Tigray non è la guerra. Dopo oltre trentadue anni trascorsi ad Adua, nel nord dell’Etiopia, il suo sguardo continua a fermarsi sulle persone, molto prima che sulle macerie. «I poveri, la gente semplice, sono una gioia pura», dice. «Hanno un’umanità che sorprende, una semplicità e un’immediatezza che sembrano custodire un’innocenza originaria da cui continuamente io posso imparare». È da qui che bisogna partire per comprendere una terra di cui il mondo torna ad accorgersi soltanto quando la violenza riemerge.

Da quasi mezzo secolo la religiosa salesiana vive in quella che è diventata una delle opere missionarie più significative dell’intera regione. Kidane Mehret, “Velo di Misericordia”, non è soltanto una missione: è una scuola che accompagna centinaia di bambini fin dalla materna e oltre mille studenti nei diversi livelli scolastici, un centro di formazione professionale, un luogo dove le donne imparano un mestiere e conquistano un’indipendenza economica, un grande oratorio, un progetto agricolo che permette di sfamare centinaia di famiglie e, soprattutto, un ospedale che durante gli anni della guerra è rimasto di fatto l’unico presidio sanitario funzionante nell’area.

Oggi, mentre la regione torna a vivere giorni di crescente incertezza, quell’opera continua a rappresentare un porto sicuro per migliaia di persone. Dopo gli accordi di Pretoria del novembre 2022, che avevano formalmente posto fine al conflitto tra il governo etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), molti avevano sperato che la regione potesse finalmente avviarsi verso una ricostruzione. Si usciva infatti da uno dei conflitti più sanguinosi al mondo: oltre 1 milione di morti, milioni di sfollati, stupri e reclutamento di bambini e bambine soldato. In realtà, però, negli ultimi quattro anni la pace è rimasta come sospesa. Le divisioni interne al Tplf, i rapporti sempre più tesi con Addis Abeba, il ruolo controverso della vicina Eritrea e il riarmo di alcune fazioni continuano ad alimentare una situazione estremamente fragile, mentre nelle ultime settimane sono tornate a moltiplicarsi le denunce di reclutamenti forzati di giovani e adolescenti. È dentro questo scenario che suor Laura, insieme ad altre sei religiose, continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto: educare, curare, restare.

La guerra non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone: il sistema sanitario qui è al collasso e procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. E ora che le armi tacciono la prima emergenza è la fame

«Durante la guerra di quattro anni fa ci hanno portato via i ragazzi della seconda media», racconta. «Avevano tredici anni. Ragazzi e ragazze. Abbiamo dovuto sospendere la scuola e continuare soltanto quello che era possibile fare, perché tutto era diventato troppo pericoloso. Partirono in 715, dei nostri giovanissimi alunni. Quando il conflitto è finito, ne sono tornati a casa solo poco più di trecento». Non servono molte altre parole. Quelle che seguono arrivano quasi sottovoce.

«Chi è tornato era profondamente traumatizzato. Ci abbiamo messo mesi per riuscire a farli parlare. Alcuni non ci sono mai riusciti. Qualcuno non ha retto e si è tolto la vita». Le lezioni oggi sono riprese, i corridoi della scuola hanno ricominciato a riempirsi di bambini e adolescenti, ma la paura non se n’è mai andata. «La situazione è estremamente difficile. Apparentemente non si combatte, non si sentono spari, ma continuano i rastrellamenti dei giovani e nessuno riesce a capire davvero che cosa stia succedendo».

Oggi, infatti, basta la voce di un possibile nuovo reclutamento perché molti adolescenti decidano di fuggire. Cercano di arrivare nella capitale Addis Abeba, oppure tentano di lasciare il Paese, perché hanno visto con i propri occhi ciò che è accaduto ai fratelli maggiori, ai cugini, agli amici che non sono più tornati.

La guerra, del resto, non ha lasciato soltanto ferite nell’animo delle persone. Ci sono danni fisici e mentali con cui fare i conti ma è cosa difficile, visto che il sistema sanitario della regione è al collasso. «Su quaranta ospedali, trentanove sono stati distrutti. Il nostro è stato l’unico a continuare a funzionare. In venti mesi abbiamo curato più di cinquecentomila persone. È difficile persino spiegare che cosa abbia significato per noi, ma è stato possibile dentro un lavoro comunitario, insieme, nessuno escluso».

«Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto, come possiamo. E abbiamo animali, orti e frutteti: un progetto agricolo che ci permette di sopravvivere e aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla»

E ora che le armi temporaneamente tacciono, «la prima emergenza rimane la fame», afferma suor Laura senza esitazione. «Fame, fame, fame». Non è soltanto una questione di povertà. È il venir meno di tutto ciò che rende possibile una vita normale. «Capita di avere i soldi e di non trovare quello che serve. Le banche non hanno liquidità. Il carburante praticamente non esiste così tutti noi oggi ci muoviamo a piedi. Riuscite a immaginare cosa voglia dire?».

La mancanza di carburante significa che i villaggi rimangono isolati, che le donne incinte spesso non riescono a raggiungere l’ospedale e sono costrette a partorire in casa in condizioni precarie, che un malato può morire semplicemente perché nessuno riesce a trasportarlo fino a un medico. Anche procurarsi le medicine è diventata un’impresa quotidiana. «Al nostro ospedale facciamo arrivare tutto come possiamo ma è sempre più difficile reperire le cose basilari. Se la missione riesce ancora a garantire un minimo di sostegno alla popolazione è anche grazie al grande progetto agricolo sviluppato negli anni. Abbiamo animali, orti, frutteti e devo dire che non sarebbe possibile senza il lavoro di Giovanni e dei Memores Domini che a questa gente e a questo progetto agricolo stanno dedicando la vita. È quello che ci permette di sopravvivere e di aiutare tante famiglie che altrimenti non avrebbero nulla».

Il lavoro di Giovanni e del suo staff fornisce a tutti (pazienti e medici dell’ospedale, donne e bambini, dipendenti etiopi della missione) una nutrizione adeguata e di qualità, oltre che a rappresentare una opportunità di lavoro per tante persone del luogo.

A Kidane Mehret, spiega ancora suor Laura, ora lavorano circa duecento persone stipendiate, tutte etiopi. Le religiose sono soltanto sette, salesiane e Figlie del Cottolengo, affiancate come già accennato da alcuni Memores Domini (Giovanni Marchetti al progetto agricolo, Vittorio Ruggeri alla manutenzione e Cecilia Sironi alla scuola infermieri) e da personale sanitario locale. È una scelta precisa, maturata negli anni. «Il nostro obiettivo è renderci inutili», dice sorridendo. «Abbiamo costruito pensando ai prossimi cento o duecento anni e prepariamo medici, infermieri e tecnici del posto perché siano loro a portare avanti tutto questo quando noi non ci saremo più.»

Anche la decisione di restare, mentre molti stranieri lasciavano il Paese, nasce dalla stessa logica. «Qualche mese fa l’ambasciata italiana ha organizzato, giustamente, l’evacuazione degli italiani dal Paese perché la situazione stava peggiorando e si faceva sempre più instabile. Noi abbiamo risposto che ci prendevamo la responsabilità di restare. Se ce ne andassimo, che senso avrebbe essere missionari? Noi siamo lì per tenere acceso almeno un lumicino di speranza. Non riusciamo ad aiutare tutti, purtroppo, ma ogni vita salvata è una vita unica, irripetibile a questo mondo. E non è questione di eroismo, questo lo scriva, è per amore che restiamo».

«La missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino»

È la stessa convinzione che attraversa anche il suo modo di guardare alle persone. In una regione dove la tradizione ortodossa rappresenta il cuore dell’identità religiosa e dove risiede anche una numerosa comunità musulmana, questa missione cattolica è diventata negli anni un luogo di convivenza quotidiana.

«Andiamo molto d’accordo con tutti, ortodossi e musulmani. Quando morì san Giovanni Paolo II, i primi a venire a farci le condoglianze furono proprio loro. E tanti genitori musulmani continuano a chiedere di iscrivere i figli nelle nostre scuole. Noi diciamo sempre con chiarezza che questa è una scuola cattolica e che non costringeremo mai nessuno a pregare come noi; chiediamo soltanto rispetto reciproco. Poi succede una cosa bellissima: quando prepariamo il presepe vivente, se un bambino musulmano non riceve una parte, sono proprio i suoi genitori a protestare, lo dico in senso buono, perché ci tengono che anche i figli partecipino del nostro ideale educativo». Un episodio che racconta meglio di molti discorsi quale sia il metodo della missione.

«Non si evangelizza parlando. Si evangelizza vivendo. Intendiamoci: se una persona ha fame, prima le dai da mangiare. Se è malata, la curi. Se ha bisogno di essere lavata, la lavi. Se riesci, ascolti la sua storia. Noi non guardiamo se uno è cattolico, ortodosso o musulmano. Per noi chiunque accogliamo è una persona. È Cristo». Alla fine della conversazione, quando le si chiede che cosa abbia significato per lei una vita intera trascorsa in Africa, la risposta arriva semplice.

«L’esperienza missionaria è il dono più grande che Dio mi abbia fatto. Vorrei avere altre dieci vite per continuare a stare con questa gente. Qui io ho perso il diritto di lamentarmi. Per il solo fatto di essere nata in Italia avrò sempre una possibilità. Se volessi, potrei tornare alla mia terra d’origine quando voglio e lasciare alle spalle guerra e sofferenze. Un etiope, invece, deve restare qui. Ed è per questo che anch’io continuo a restare. Perché, credo, la missione non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nell’abitare il dolore di un popolo senza sottrarsi al suo destino». In una terra dove la guerra continua a minacciare il futuro, la presenza di suor Laura, dei Memores e della sua comunità ricorda che la speranza non nasce dalle grandi strategie della politica, ma da qualcuno che sceglie ogni mattina di condividere la vita di chi gli è stato affidato.

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